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Interviste

Quali futuri per la CNAPI? Tra polemiche e incertezze

Analisi commentata della gestione attuale e futura dei rifiuti nucleari in Italia

Francesco SattaGiuseppe Norcia
Scienza e Tecnologia · 28 gennaio 2021 · 5 min di lettura

Anno nuovo, vecchi problemi: l’anno appena cominciato ci ha portato in dote la CNAPI ossia la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale e parco tecnologico per i rifiuti nucleari.

Questa notizia ha scatenato, com’era ampiamente preventivabile, una serie di reazioni da parte dei rappresentanti territoriali, delle associazioni di categoria, della cittadinanza stessa, pronti a dare battaglia alla paventata ipotesi della costruzione del Deposito Nazionale nei loro territori.

In realtà l’individuazione di un sito idoneo per la costruzione del Deposito Nazionale non è certo un problema di recente insorgenza, ma a causa dell’annosità della questione e dell’impopolarità della scelta da prendere, i governi che si son susseguiti dal 2003 in poi hanno sempre temuto di doversi confrontare con il problema che è rimasto a lungo, e tutt’ora rimane irrisolto. Questo ha comportato l’attivazione di una procedura d’infrazione per l’Italia da parte della Commissione Europea per la mancata adempienza alla direttiva 2011/70 Euratom che istituisce un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi.

Ma che significa Radioattivo? E da dove provengono questi materiali di scarto? Occorre precisare che solo i rifiuti prodotti e trattati in Italia potranno essere stoccati presso il deposito nazionale in ottemperanza al principio stabilito dalla IAEA, l’International Atomic Energy Agency dell’ONU, e confermato dalla direttiva Euratom 2011/70, adottata dall’Italia con il decreto legislativo n. 45 del 2014. Questa stessa sancisce che ogni Paese si dota di strutture idonee a sistemare definitivamente i rifiuti radioattivi prodotti nei propri confini nazionali.

La radioattività è un fenomeno naturale che riguarda i nuclei degli atomi di alcune sostanze, definite appunto, radioattive, in cui si osserva la loro trasformazione spontanea in altri con rilascio di energia sotto forma di radiazioni ionizzanti di natura corpuscolare, elettromagnetica o entrambe.

La radioattività possiede una propria unità di misura, il Bequerel (Bq), in onore di uno dei pionieri dello studio di questo fenomeno, la quale corrisponde al numero di atomi che si disintegrano nell’unità di tempo. Il processo di trasformazione, propriamente detto decadimento radioattivo, può esaurirsi con tempi (tempo di decadimento) che sono tipici dei vari atomi e può variare da pochi secondi fino a milioni di anni. Qualsiasi sia il tempo di decadimento si ha la progressiva riduzione della radioattività. Da questa particolare caratteristica della materia deriva l’esigenza di individuare dei siti idonei dove questi rifiuti possano perdere la loro radioattività non rappresentando un rischio per la salute pubblica e per l’ambiente.

Il deposito nazionale, a regime, dovrebbe ospitare circa 78000 metri cubi di materiale così ripartiti: circa 50000 metri cubi derivanti dal processo di smantellamento degli impianti nucleari italiani preesistenti mentre la restante parte deriverebbe dalle attività dei servizi di medicina nucleare delle nostre aziende sanitarie oltre che dalle attività di ricerca e dell’industria. Della capienza massima di cui disporrebbe il deposito circa un terzo sarebbe occupata da rifiuti già prodotti, mentre la restante rimarrebbe sfruttabile con rifiuti prodotti in futuro; si stima, inoltre, che ben 30mila metri cubi di questi rifiuti si troverebbero già nel Belpaese, stoccati in maniera decisamente non consona al preservamento della salute pubblica e ambientale.

In particolare, il Piemonte ed il Lazio, non a caso le regioni che con più probabilità verranno scelte per la costruzione del sito, sono le più colpite dall’attuale gestione dei rifiuti nucleari. In Piemonte si trova ben l’80% delle scorie, mentre nel Lazio sono presenti i rifiuti a più alta intensità radioattiva. Un’altra parte dei rifiuti precedentemente prodotti a livello nazionale sono invece stoccati all’estero. Nello specifico alcune scorie generate dai processi di smantellamento delle vecchie centrali nucleari si trovano ancora oggi in Francia e Regno Unito ma ciò che più preoccupa lo Stato italiano è che i contratti che garantiscono la permanenza di questi rifiuti all’estero scadranno nel 2025.

La decisione di Sogin, società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, è arrivata dopo ben 5 anni di attesa. E’ stata finalmente pubblicata la CNAPI, e si è aperta così una nuova fase. A decorrere dal 7 gennaio, infatti, vi saranno di 60 giorni di tempo per ascoltare il parere della società civile e delle comunità locali. Al termine di questi due mesi, si terrà un seminario nazionale a cui potranno partecipare i rappresentanti locali interessati, i sindacati, i rappresentanti di categoria e gli enti di ricerca. Da questo seminario dovrebbe, finalmente, scaturire una decisione da parte di Sogin, da sottoporre poi all’approvazione del Ministero dello Sviluppo Economico, il quale promulgherà così la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee).

Nel contesto attuale dunque, già profondamente scosso a causa della pandemia, è arrivato il parere di Sogin rincarare la dose per le aree locali coinvolte. Non sono ovviamente mancate le proteste, in primis quelle dei sindaci potenzialmente interessati dalla mappa presentata lo scorso 7 gennaio.

Proteste e rimostranze ampiamente attese. Come spesso avviene in Italia in relazione a proposte di progetti infrastrutturali, si soffre della cosiddetta sindrome di Nimby. Questa particolare condizione che caratterizza i rappresentati locali, dall’inglese “Not in my back- yard”, fa si che questi si oppongano sistematicamente, e, spesse volte, per partito preso, alla realizzazione di progetti infrastrutturali di carattere nazionale, qualora questi impattino sulla loro constituency.

Le proteste sono arrivate indistintamente da tutte le regioni citate nella CNAPI, ovviamente più o meno strutturate e autorevoli a seconda dei contesti locali. In particolare, il movimento sardo contro il nucleare continua a costituire una barriera praticamente invalicabile per qualsiasi tipo di proposta di questo genere. Ogni qual volta, di fatti, possa venir fuori l’argomento, la società civile risponde compatta e in maniera univoca. Anche in questa circostanza, solo pochi giorni dopo la pubblicazione della CNAPI, l’ANCI ha convocato un’assemblea generale tra tutti i sindaci regionali a Cagliari.

La risposta è stata ovviamente un rifiuto netto e perentorio di qualsiasi tipo di attività nucleare sull’isola, privando, di fatto, Sogin di una possibile alternativa valida per la costruzione del Deposito. Altre reazioni sono state certamente meno perentorie. Un esempio viene dal comportamento della Regione Piemonte. Quest’ultima si è limitata a lamentare la scarsa comunicazione da parte del governo, per una decisione che, sebbene preliminare, è piombata sulle teste dei cittadini, senza confronto, dal giorno alla notte.

Come superare quest’impasse? E’ veramente impossibile conciliare l’interesse nazionale con gli interessi locali, qualora questi fossero in contrapposizione, come in questo caso? Teoricamente no, però, purtroppo, la prassi italiana indica come questo procedimento sia praticamente impossibile, specie per un tema così sensibile ai più. Si potrebbe, per l’appunto, aprire una reale fase di negoziazione e confronto interistituzionale, per la quale erano stati concepiti i due mesi di transizione dalla CNAPI al seminario nazionale.

Tuttavia, affinchè questa fase risulti davvero proficua, sarebbe stata necessaria una migliore strategia comunicativa a livello nazionale, in particolare a livello governativo. La secretazione del dossier per ben 5 anni, a cui è seguita poi, come un fulmine a ciel sereno, la pubblicazione del documento da parte di Sogin, non ha certo aiutato a rassicurare gli enti locali. Questi ultimi hanno, giustamente dal canto loro, percepito il rischio di vedersi “sommergere” e di doversi “sobbarcare” il peso di tonnellate di rifiuti radioattivi, provenienti da non si sa bene dove.

Una cosa è certa: non hanno percepito la CNAPI come una possibilità di crescita ed un’opportunità per dare lavoro alle proprie comunità (la sola costruzione del centro genererebbe un indotto pari circa a 1,5 miliardi di euro). Insomma, è probabile che anche questa situazione risulti un’occasione persa. Un’occasione per avviare una fase di concertazione con gli enti e le autorità locali, senza contrapporre ma, al contrario, conciliando l’interesse nazionale e gli interessi localistici, come avviene spesso in Francia ed in Gran Bretagna. Ne conseguirà molto probabilmente, invece, una decisione dall’alto che dovrà essere mandata giù da chiunque venga selezionato e che sarà chiamato al solito “senso di responsabilità”, concezione così bistrattata di questi tempi.

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