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Interviste

La crisi della sanità pubblica tra riscatto e prospettive future

La sanità pubblica arranca. Ma le difficoltà che si sono palesate in modo così marcato solo allo scoppio della pandemia hanno radici profonde e ben radicate negli ultimi venti anni.

Giuseppe Norcia
Scienza e Tecnologia · 22 dicembre 2020 · 3 min di lettura

La sanità pubblica arranca. È evidente dalla problematica gestione della pandemia, sotto gli occhi di tutti, ma le difficoltà che si sono palesate in modo così marcato solo allo scoppio della pandemia hanno radici profonde e ben radicate negli ultimi venti anni.

La situazione attuale rappresenta drammaticamente la carenza di strutture adeguate e personale specializzato, difficilmente colmabile nei pochi mesi che hanno separato la prima, inaspettata ondata, dalla seconda, non meno temibile ma certamente più prevedibile; in questo quadro di crisi la sanità privata ha trovato terreno fertile per coltivare i propri interessi fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui alla difficoltà del pubblico di arrivare a garantire un servizio efficiente per tutti, si aggiunge la difficoltà di dover competere con un sistema privato in una gara impari.

Si moltiplicano infatti, da parte dei grandi gruppi della sanità privata, le offerte di servizi di telemedicina, di visite domiciliari con esami strumentali, tamponi, talvolta addirittura vaccini antinfluenzali, offerte accomunate da prezzi salati che le rendono inaccessibili a molti. Dove non arriva il pubblico, il privato ingrassa, e purtroppo qualcuno, viene tagliato fuori dall’assistenza.

L’essere arrivati a questo punto in cui, a volte, solo chi può pagare accede ai servizi mentre chi non può riceve un trattamento scadente o addirittura del tutto insufficiente, testimonia il fallimento della sanità pubblica e dell’assistenza territoriale, presidio insostituibile di un sistema che dovrebbe fare della distribuzione sul territorio il proprio punto di forza.

A questo proposito, un brutto spaccato della situazione viene offerto dalla vicenda del ricorso al Tar che il SMI (sindacato medici italiani) ha presentato a seguito dell’investitura dei medici di medicina generale di una funzione di assistenza domiciliare che, stando al motivo del ricorso, spetta alle USCA (unità speciali di continuità assistenziale) e non ai dottori di famiglia. Un rimbalzo di competenze inutile e fuori luogo, che stona con gli enormi sforzi del personale ospedaliero di questi ultimi mesi e che rischia di minare la professionalità che il sistema sanitario ha dimostrato durante l’emergenza, nonostante le numerose criticità preesistenti. Questa spaccatura all’interno della categoria che porta a dover stabilire a colpi di ricorsi e controricorsi chi ha competenza su cosa (nel pieno della crisi) rischia di favorire l’inserimento della sanità privata nelle pieghe del sistema pubblico, aggravando una situazione sociale compromessa dalla pandemia quanto dalla crisi economica.

Non ci possiamo permettere di indebolire ulteriormente il nostro tessuto sociale creando disparità di trattamento in base alle disponibilità economiche, ed è per questo che dobbiamo proteggere il nostro sistema sanitario nazionale, storicamente argine contro le disparità sociali enormi che contraddistinguono i paesi con assistenza sanitaria a pagamento. Dall’emergenza però si può e si deve ripartire, trovando un nuovo equilibrio, tra pensionamenti e assunzioni di personale, tra ospedali e assistenza territoriale, tra sanità pubblica e privata, pur mantenendo come faro il diritto alla salute gratuita ed efficiente per tutti.

Dobbiamo tamponare l’emorragia di professionisti che scappano dagli ospedali per andare a infoltire le equipe delle case di cura private, riprendendo ad investire nel settore della sanità, della ricerca e della formazione, offrendo migliori condizioni di lavoro ai nostri professionisti ed evitando che molti giovani decidano di trasferirsi all’estero, alla ricerca di migliori occasioni di guadagno e di carriera: solo con la pianificazione di investimenti organici e mirati si può rendere nuovamente il servizio sanitario nazionale degno di una grande democrazia occidentale come l’Italia.

La necessità di una modifica del processo formativo dei professionisti della salute deve rappresentare il primo obiettivo della politica, nazionale e regionale, che parta dalla riforma dei test d’ammissione alle facoltà medico sanitarie, passi per il percorso universitario e arrivi ad una rivoluzione sostanziale della formazione postlaurea, sia specialistica che per la medicina generale, perché unicamente attraverso questi provvedimenti si potrà favorire quel turnover generazionale di cui si parla da anni e favorire il ricambio della classe medica attuale, sempre più in là con gli anni,consumata dai pensionamenti e dagli esodi verso il privato.

Solo così si potranno affrontare le sfide rappresentate da una società sempre più anziana e gravata da plurimorbidità, da un mondo sempre più globalizzato in cui le malattie circolano velocemente, dalla farmacoresistenza, problematiche con cui le società moderne dovranno confrontarsi sempre più negli anni a venire e che il Covid-19 ci ha purtroppo solo anticipato: meglio dunque farsi trovare preparati, e i sistemi sanitari pubblici rappresentano il più importante presidio per garantire la salute individuale e sociale, fondamentale per lo sviluppo e la stabilità economica che tutti ricercano.

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