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Interviste

Lucano sì, Lucano no. Un'altra sentenza buona solo per il tifo politico

Il centrodestra esulta, il centrosinistra si straccia le vesti. La strumentalizzazione delle sentenze è ormai un tratto tipico della politica italiana

Niccolò Morelli
Politica Interna · 6 ottobre 2021 · 2 min di lettura

Dando una rapida occhiata alle dichiarazioni di politici, opinionisti e giornalisti sulla vicenda dell’ex sindaco Mimmo Lucano si ha l’impressione che tanto da destra quanto da sinistra nessuno abbia capito quale sia il nocciolo della questione.

“Fallito il modello Riace”, “L’amico dei migranti finalmente smascherato” tuonano da destra. “Condannato per aver salvato delle vite”, “Lucano ha le mani sporche di vita”, “Se Lucano è un criminale, siamo fieri di essere suoi complici” ribattono da sinistra. Da queste dichiarazioni sembra quasi che Lucano sia stato condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato per il quale in effetti era imputato ma dal quale, notizia notizia, è stato assolto. L’ex sindaco al centro della vicenda è stato invece condannato a 13 anni e 2 mesi di reclusione per una lista lunghissima di reati contro la Pubblica amministrazione: associazione per delinquere finalizzata a “commettere un numero indeterminato di delitti”, falso in atto pubblico e in certificato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato. Ciò che ha fatto scalpore è stata l’entità della pena inflitta all’ex sindaco di Riace, quasi il doppio rispetto a quanto chiesto dall’accusa. Vediamo come è stato possibile.

Nella loro richiesta, i pubblici ministeri (cioè l’accusa) consideravano i reati sopra citati “esecutivi di un medesimo disegno criminoso“: in questi casi, per calcolare la pena, si prende quella inflitta per il reato più grave (pena base) e la si aumenta fino al triplo. Il reato più grave è il peculato, punito da quattro a dieci anni: l’accusa chiedeva di partire dal minimo, quattro anni, raddoppiandolo fino a quasi otto. I giudici invece hanno fatto una scelta diversa: hanno individuato due “disegni criminosi”, raddoppiando le pene base e aumentando di conseguenza l’entità della condanna. Il primo dei disegni criminosi, in cui figurano i reati più gravi come associazione a delinquere, falso in atto pubblico, peculato e dieci diverse truffe aggravate, ha prodotto 10 anni e 4 mesi di reclusione. Il secondo filone di reati, che comprende tre diverse condotte di abuso d’ufficio (reato più grave) e il falso in certificato, ha prodotto i restanti 2 anni e 10 mesi. Resta indubbiamente una sentenza abnorme rispetto a ciò che ci si attendeva, e fa storcere il naso anche alla luce del fatto che il gip di Locri, nell’ordinanza con cui aveva messo l’allora primo cittadino agli arresti domiciliari, avesse parlato di “marchiate inesattezze” e “congetture” proprio sulla distrazione dei fondi, sottolineando che Lucano non aveva mai guadagnato un euro dalle condotte di cui veniva accusato. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, che come di consueto usciranno tra 90 giorni, resta comunque la consapevolezza che siamo in uno stato di diritto e che ci sono tre gradi di giudizio. Esultare per la sentenza o, viceversa, trasformare in martire una persona dopo il primo grado di giudizio, peraltro travisando clamorosamente le accuse, è un atteggiamento di raro pressapochismo. Dote di cui la politica italiana è tristemente ricca.

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