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Interviste

Referendum: un’ arma a doppio taglio

Cannabis ed eutanasia

Emma Corsini
Politica Interna · 27 settembre 2021 · 2 min di lettura

Referendum: nell’ultimo periodo ne abbiamo sentito parlare abbondantemente, dapprima in merito alla proposta di abrogare la legge sul veto all’autodeterminazione della vita e in seguito sull’illegalità della cannabis, questo è uno strumento che come molti, a seconda dell’uso che ne viene fatto, puo’ recare vantaggi o svantaggi.

Da un lato i referendum hanno risvegliato una partecipazione più attiva alla politica, grazie infatti alle firme digitali e alla partecipazione dei giovani nelle ultime due campagne referendarie, le te-matiche politiche si sono insinuate sui social network e hanno goduto di un grande riscontro all’interno dell’opinione pubblica che generalmente rimane in buona parte estranea al dibattito. L’esercizio di democrazia diretta a cui abbiamo assistito ultimamente ha fatto vacillare il paternalismo a cui la politica italiana spesso tende e può quindi essere visto positivamente. Al contempo la necessità di ricorrere allo strumento referendario è sintomo del fatto che il sistema parlamenta-re abbia qualche disfunzione; se le proposte di legge necessitano di essere fatte dai cittadini significa che in Governo non vi è una rappresentanza adeguata, in sintonia con le esigenze degli elettori.

E’ bene notare però che all’interno dell’opinione pubblica il referendum, sebbene goda di grande partecipazione e interesse, rischia di polarizzare le opinioni producendo nel dibattito politico uno scontro mirato a delegittimare chi la pensa in modo differente piuttosto che incitare ad un’accurata riflessione in merito alla tematica in questione. Nella struttura del referendum è in-trinseca la formazione di due fazioni e di rado vi sono dibattiti inclusivi o analisi oggettive, bensì si innesca la dinamica per cui vi è uno schieramento amico e uno nemico.

Vi è poi chi ha paura che a seguito dell’introduzione della firma digitale si inizi ad abusare di questo strumento; è però opportuno considerare che indire un referendum ha un costo significativo e solo organizzazioni con risorse sufficienti possono sostenerlo, viceversa se chi lo indice spera di portare avanti la raccolta firme tramite donazioni deve essere sicuro che vi sia un buon numero di persone pronte ad investire in un cambiamento riguardo una specifica tematica: uno scenario non così scontato.

La buona riuscita di queste ultime due raccolte firme ha inevitabilmente portato all’attenzione di molti, politici e giuristi perlopiù, alcuni aggiustamenti che le novità introdotte potrebbero rendere necessari: la più nota è una proposta di riforma costituzionale al fine di un riproporzionamento fra numero di firme necessario per far passare il referendum e la popolazione. Quando infatti era stato stabilito il numero minimo di firme vi era un determinato rapporto fra la popolazione e le firme raccolte, rapporto che è variato a causa di un aumento della popolazione e che andrebbe riportato alle proporzioni del 1948.

Sono anche altre le correzioni proposte all’iter del referendum, accumunate dalla paura che si abusi di questo strumento e si possa screditare il Parlamento. Se da un lato infatti ben venga la messa in risalto di una discontinuità fra eletti ed elettori, dall’altro, con l’introduzione delle firme digitali, chiunque possieda fondi sufficienti e un ampio impatto mediatico è in grado di proporre una riforma di legge, motivo per cui è stato proposto di verificare la costituzionalità del referen-dum dopo le prime 100.000 firme raccolte.

Certo è che legiferare correzioni all’iter referendario non è sufficiente per arginare le numerose possibilità che di questo ne venga fatto un uso scorretto, adesso che l’accessibilità a questo mezzo è cresciuta in modo sostanziale, la speranza più grande è che nel mentre i Partiti, a seguito degli ultimi eventi, improntino maggiormente i loro programmi su tematiche che corrispondano meglio alle richieste e ai cambiamenti della società.

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