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Interviste

Trattare con la Mafia si può. Trattare con lo Stato, invece, no

La sentenza d’appello sulla trattativa Stato-mafia conferma integralmente i fatti, ma condanna solo la mafia e assolve lo Stato

Niccolò Morelli
Politica Interna · 26 settembre 2021 · 2 min di lettura

<<Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me>>. Queste parole furono pronunciate, e successivamemte intercettate, da Totò Riina nel 2013 durante uno sfogo in carcere con un agente penitenziario. Lo stesso Riina che nel 1992 disse a Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Iato <<Giovanni, si sono fatti sotto. Insistiamo. Gli ho fatto un papello di richieste grande così>>. Era l’inizio di quella che negli anni verrà chiamata trattativa Stato-Mafia. Pezzi deviati dello Stato che, per salvare la pelle a politici collusi che rischiavano la vita per non aver mantenuto gli impegni sull’insabbiamento del maxiprocesso, cercarono e commissionarono al mafioso Ciancimino la trattativa con Cosa Nostra. Una trattativa vera, dimostrata, raccontata da pentiti credibilissimi e supportata da prove e intercettazioni inconfutabili.

Una trattativa che da ieri non costituisce reato, almeno per lo Stato. È reato solo per i mafiosi da un lato del tavolo e non per i carabinieri del Ros e i politici dall’altro. Il perché lo scopriremo tra 90 giorni quando la Corte d’Assise di Palermo pronuncerà le motivazioni della sentenza che ha ribaltato quella di primo grado. Magari emergerà che i carabinieri del Ros De Donno Subrani e Mori intavolarono la trattativa inconsapevolmente, o magari erano distratti, o forse mancava il “dolo”. Stiamo parlando dello stesso Ros che nel ’92 non perquisì il covo di Riina, lasciandolo setacciare ai mafiosi favorendo Cosa Nostra, ma furono assolti perché mancava il dolo. E nel ’95 non catturarono Provenzano, che il pentito Ilardo gli aveva consegnato in un casolare di Mezzojuso, favorendo Cosa Nostra, ma anche lì furono assolti perché mancava il dolo. Fatto sta che dalla sentenza di ieri ne sono usciti con le ossa rotte solo i mafiosi coinvolti nella trattativa: 27 anni al boss Bagarella per aver minacciato a suon di bombe (insieme a Riina e Provenzano, prematuramente scomparsi) i governi Amato e Ciampi nel 1992-’93. Il medico mafioso

Cinà si becca 12 anni per il suo ruolo di tramite e postino dei pizzini e dei papelli che si scambiavano Vito Ciancimino, coinvolto dai carabinieri del Ros, e il duo Riina-Provenzano. Gli altri pezzi dello stato coinvolti, dai già citati carabinieri fino a Dell’Utri (che comunque vanta una condanna in via definitiva a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa) tutti assolti.

Chissà cosa penserà adesso un qualsiasi magistrato che intende indagare su questioni opache riguardanti rapporti deviati tra pezzi di politica nostrana e organizzazioni mafiose. Dopo la sentenza di ieri, che stabilisce che trattare con la Mafia si può ma guai a farlo con lo Stato, chi si perderà la briga di indagare sapendo di combattere una battaglia persa in partenza?

E chissà cosa penserebbe oggi Borsellino, dato che è stato ammazzato proprio per essersi sempre rifiutato di trovare un canale di trattativa con coloro che gli avevano appena trucidato l’amico di una vita, se sapesse che da ieri trattare con la Mafia si può e non è reato.

Non sapremmo mai cosa avrebbe detto. Ma Salvatore Borsellino, fratello del magistrato palermitano, un’idea ce l’ha. <<Mio fratello è morto invano>>. E questo è quanto.

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