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Interviste

Cannabis legale. Un referendum che punta ad abbattere il tabù

Dopo anni di tentativi sembra essere ad un passo il quorum per raggiungere un referendum sulla questione. Dati alla mano, la cannabis fa meno danni di alcol e tabacco. Vedere per credere

Niccolò Morelli
Politica Interna · 18 settembre 2021 · 4 min di lettura

Chissà cosa direbbe Marco Pannella, storico leader dei radicali, se sapesse che siamo ad un passo dal realizzare una delle sue più ataviche battaglie. La legalizzazione della cannabis. Da anni si discute sulla questione senza mai essere giunti ad un punto. Gli schieramenti sono ben noti: da una parte movimenti e partiti di centrosinistra che da sempre appoggiano (chi più chi meno) la battaglia per la legalizzazione; dall’altra il centrodestra, storicamente contrario alla legalizzazione. Gli argomenti di chi si oppone a questa iniziativa sono i più svariati, ma si possono dividere comunque in due macro aree: la questione morale e la questione salutare. La questione morale attiene al fatto che “lo Stato non diverrà spacciatore di sostanze che mettono a

rischio la salute dei suoi cittadini” mentre la questione salutare è rappresentata dalla convinzione che l’uso di cannabis comporta gravi rischi per la salute.

Mettendo da parte presunti convincimenti e certezze ideologiche, cerchiamo di leggere i dati dei numerosi studi svolti sul tema.

L’università degli Studi di Messina, che ha condotto uno degli studi più autorevoli in proposito, ha stimato quali sarebbero i benefici economici in termini di gettito fiscale come conseguenza di una ipotetica legalizzazione. Applicando una tassazione pari a quella per le sigarette, che ha un’aliquota pari al 75%, e ipotizzando un prezzo medio di mercato intorno ai 10 euro, il professor Ferdinando Ofria e il suo team hanno dimostrato che il beneficio per lo Stato sarebbe oltre i 6 miliardi di euro, numero ottenuto semplicemente dalla stima di consumo di cannabis moltiplicato per il prezzo medio di mercato. A questo andrebbero aggiunti anche la diminuzione delle spese di magistratura carceraria, stimate intorno ai 500 milioni di euro, e delle spese di operazioni di ordine pubblico e sicurezza,

calcolate sui 200 milioni di euro. In generale si prevede un aumento percentuale del PIL compreso tra il 1,20% e il 2,34%, con evidenti ricadute positive sul debito pubblico e sui parametri di stabilità economico-finanziaria del Paese. Come se non bastasse, dalla legalizzazione ne deriverebbero benefici indiretti dati dal contrasto alla criminalità e cioè una migliore qualità del prodotto sul mercato e di conseguenza sulla salute dei consumatori.

Come detto prima, la salute dei cittadini è uno dei nodi cardine su cui una certa parte di politica sembra non voler cedere all’idea della legalizzazione.

Ma la cannabis è veramente tanto dannosa per la salute come dicono? Grazie ad uno studio condotto da David Nutt dell’Università di Bristol è stata stilata la classifica delle 20 droghe più pericolose al mondo tenendo presente tre fattori: il danno fisico, la dipendenza e il danno sociale.

tabella cannabis

Come si evince dalla tabella, il risultato ha confermato la pericolosità di alcune droghe, come l’eroina, ma in altri casi ha accertato l’estrema pericolosità di sostanze reputate erroneamente “leggere”, come l’alcol o il tabacco, entrambe nettamente sopra alla cannabis. Ma non è tutto.

Un altro report di poco precedente a quello appena citato, comparso anch’esso sulla prestigiosa rivista Lancet, forniva un quadro ancora più sorprendente sulla pericolosità delle sostanze. Secondo questo studio, l’alcol è la droga più dannosa di tutte: è persino più nociva di eroina e crack quando ne vengono presi in considerazione i danni per la salute di chi lo usa e anche per il resto della società.

tabella cannabis 2

I ricercatori dell’Independent Scientific Committee on Drugs, che hanno condotto la ricerca, sostengono che se le droghe fossero classificate per il danno che producono, gli alcolici, venduti liberamente praticamente ovunque a differenza della cannabis, dovrebbero rientrare nella categoria A con l’eroina e il crack, quindi pericolosissimi.

I dati riportati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nell’edizione 2018 del “Global status report on alcohol and health” dovrebbero far riflettere: in tutto il mondo, nel 2016, più di 3 milioni di persone sono morte a causa di un uso dannoso

di alcol (il 5,3% di tutti i decessi). L’uso dannoso di bevande alcoliche è un fattore causale in oltre 200 malattie, incluso il cancro, e di situazioni d’infortunio e incidentalità.

Non va decisamente meglio se guardiamo ai dati spettanti all’altra sostanza legalmente venduta in Italia, il tabacco. Come afferma il Ministero della salute sul suo sito web, il fumo in Italia è la principale causa di morte: dai 70.000 agli 83.000 decessi l’anno e oltre il 25% di questi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età. Lo Stato, dunque, è già “spacciatore” di sostanze nocive per la salute dei cittadini con buona pace di chi condanna lo spinello con un mojito in una mano e la sigaretta nell’altra.

Legalizzare significherebbe anche togliere alla mafie un mercato che va dagli 8 ai 10 miliardi di euro, denaro che serve loro a corrompere la politica e l’amministrazione pubblica minando la credibilità delle nostre istituzioni.

Chiaramente nessuno sostiene che la cannabis non abbia effetti collaterali, come tutte le sostanze considerate psicotrope dal Ministero della Sanità

(tra cui appunto i legalissimi alcol e tabacco) ci sono ovviamente dei fattori di rischio legati principalmente all’abuso di questa pianta, ma non esiste nessuna evidenza che il consumo di cannabis porti alla morte. Nessuna.

Una cosa è certa, la depenalizzazione o la vera e propria legalizzazione delle droghe leggere non rappresenta un incentivo al consumo ma anzi, significa regolamentare, sottrarre all’illegalità; i dati forniti dai Paesi che hanno già sperimentato queste misure lo dimostrano. Legalizzare fa diminuire i consumi sensibilmente nel lungo periodo.

I numerosissimi ed inequivocabili dati riguardanti la legalizzazione e l’indotto che ne deriverebbe (anche e soprattutto in termini di posti di lavoro) devono essere impugnati per intavolare un dibattito serio e proficuo tra le parti politiche.

Il proseguimento di un proibizionismo “a prescindere” rischia di essere un assist alle organizzazioni criminali e un incredibile autogol per le nostre finanze e il futuro della nostra società.

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