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Interviste

Afghanistan: cronaca di un disastro annunciato

Vent'anni di occupazione militare non sono serviti a niente, la democrazia non si esporta con le armi. Adesso chi è davvero interessato al popolo afgano deve parlare coi talebani

Niccolò Morelli
Politica Interna · 25 agosto 2021 · 2 min di lettura

Se davvero la guerra in Afghanistan avesse avuto l’obiettivo di colpire i responsabili dell’attentato alle torri gemelle, sarebbe dovuta finire il 1° maggio 2011. Quando Osama Bin Laden venne liquidato dalle truppe speciali Usa a Islamabad, in Pakistan. E invece quella guerra è andata avanti per 20 anni. E non certo per liberare il Paese dai talebani (che con l’11 settembre non c’entravano nulla) coi quali i funzionari americani si sono seduti al tavolo più volte negli scorsi mesi per limare i dettagli dell’accordo di pace in una guerra persa in partenza. Ma unicamente per motivi geopolitici. Col pretesto dell’attentato, gli Usa invasero l’Afghanistan perché c’era da presidiare quell’area del mondo che altrimenti poteva essere preda dell’espansione cinese, oltre che per accerchiare l’Iran e preparare la successiva guerra: quella all’Iraq. Ma Iraq e Afghanistan, da sempre obiettivi degli attacchi Usa (e quindi Nato), non avevano nulla a che fare con l’attacco alla Twin Towers. La tanto discussa “lotta al terrorismo” che riempiva la bocca dei politici di mezzo mondo e le pagine dei principali giornali nazionali e internazionali, non ha fatto altro che moltiplicare il terrorismo, non combatterlo. Infatti la guerra a Kabul, costata miliardi di euro, ha riabilitato definitivamente i talebani che ora tornano al potere da trionfatori e quella a Baghdad (Iraq) ha prodotto l’Isis.

Dopo 20 anni di “esportazione della democrazia” a suon di bombe, di morti, di torture e nonostante i disastri prodotti dagli Stati Uniti in Medio Oriente, non abbiamo imparato nulla e ci sorprendiamo ancora dell’ovvio. E l’ovvio, in questo caso, è che adesso non esiste altra strada se non quella del dialogo coi talebani. Come giustamente osservato da Dario Fabbri, analista di Limes, “i talebani godono del sostegno di milioni di afghani, hanno un reale consenso nel Paese: nessun regime, neanche il più dispotico, può esistere senza consenso”. Piaccia o non piaccia sono loro i vincitori della guerra e se davvero si vogliono mettere in piedi corridoi umanitari per salvare migliaia di profughi occorrerà trattare con loro.

E sono stomachevoli le voci di critica che si sono alzate negli ultimi giorni in Italia contro chi non ha fatto altro che sottolineare l’ovvio, cioè la necessità di dialogare con chi adesso governa l’Afghanistan. Oltretutto non sarebbe nulla di nuovo. Da anni ormai pezzi grossi dell’intelligence dei Paesi occidentali trattano con i talebani senza che nessun politogo nostrano abbia da ridire. Specialmente se chi oggi si scandalizza del trattamento riservato alle donne da parte dei talebani è lo stesso che fa affari con i sauditi del “principe del rinascimento” Mohammad bin Salman, colui che ha ordinato l’assassinio e il conseguente smembramento del giornalista Khashoggi.

Occorre intraprendere la strada del dialogo. In alternativa si può sempre tentare la strada dell’ennesima guerra umanitaria per scalzare dal potere i tiranni.

Dopotutto ha funzionato alla grande, no?

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