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Interviste

Cambio di casacca: un fenomeno ormai radicato

Il transfughismo travolge la realtà politica italiana: quali sono gli scenari?

Mariarosaria Ruotolo
Politica Interna · 21 giugno 2021 · 2 min di lettura

L’art 67 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”

Si parla di transfughismo parlamentare ogni qualvolta il singolo parlamentare durante l’esercizio delle sue funzioni, per svariate cause, decida di abbandonare il suo gruppo politico di appartenenza per un diverso gruppo grazie a una lettura dell’art 67 che spingerebbe a una mobilità parlamentare. Se entro due giorni non decide il nuovo gruppo di appartenenza sarà automaticamente collocato nel gruppo misto.

Alcuni studiosi hanno definito il transfughismo come un ‘suicidio politico’ poiché sarebbe molto difficile ricandidarsi in un secondo momento riacquistando credibilità di fronte agli elettori.

La mentalità populista dilagante nei partiti odierni spinge i leader politici sempre più a parlare alla pancia degli elettori, cambiando subito casacca e quindi ideologia qualora dovessero cambiare le idee del vulgus.

Pur essendo pienamente consapevoli del fatto che la politica sia in una corrispondenza d’amorosi sensi con la società e i cambiamenti sociali, conservare un’ideologia dovrebbe essere la conditio sine qua non per un politico.

Il transfughismo parlamentare divenne preoccupante agli albori degli anni Novanta. Esso fu oggetto di diversi dibatti sorti principalmente per far fronte alla sua rapida crescita.

È stato definito non solo un tradimento ai propri ideali ma anche una rottura del foedus che lega rappresentante e rappresentato in un rapporto di fiducia reciproca.

La dottrina parlamentare nel corso degli anni si è dimostrata divisa in riferimento a strumenti utilizzabili per fronteggiare tale fenomeno. Il dibattito è sorto riguardo all’applicazione di diverse sanzioni nei confronti del parlamentare che transfuga da un partito ad un altro.

La dottrina maggioritaria sostiene che non possano accettarsi sanzioni giuridiche nei confronti dei parlamentari transfughi. Ergo sono inammissibili tutte le sanzioni che prevedono: decadenza dalla carica, revoca del seggio da parte di coloro che votano e qualsiasi sanzione che limita la continuazione dell’attività politica.

L’idea di fondo è che il principio di libertà parlamentare sia un principio cardine della democrazia rappresentativa e la facoltà del parlamentare di poter abbandonare il proprio gruppo di appartenenza o di poter lasciare il proprio partito costituirebbe una garanzia necessaria del sistema parlamentare per contrastare il potere sempre più dilagante dei partiti politici.

È opportuno segnalare la recente modifica del Regolamento del Senato, approvata il 20 dicembre 201 che ha introdotto delle norme che tentano di contrastare la mobilità parlamentare.

L’articolo 14 comma 4° del Regolamento dispone che “ciascun gruppo, oltre a dover essere composto da almeno 10 senatori, deve rappresentare un partito o movimento politico anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione dei senatori.”

Ulteriore novità emerge nella modifica dell’articolo 13 del Regolamento con l’introduzione di un nuovo comma 1-bis, il quale dispone che la “decadenza dell’incarico dei vicepresidenti e dei segretari che entrano a far parte di un gruppo parlamentare diverso da quello al quale appartenevano al momento dell’elezione”.

Ma la situazione non sembra ancora migliorata del tutto se pensiamo ai dati numerici: da inizio legislatura i cambi di gruppo sono stati oltre 250, solo tra maggio e aprile di quest’anno si sono verificati 31 trasferimenti.

Quali nuove misure saranno adottate per evitare, ove possibile, il cambio di casacca?

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