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Interviste

Madri, staffette, combattenti: la liberazione delle donne

I giornali italiani celebrarono il 25 aprile 1945 come un giorno importante nella guerra

Mariachiara Monaco
Politica Interna · 26 aprile 2021 · 5 min di lettura

Gente nelle piazze, la bandiera italiana che sventola nel cielo o appesa dai balconi. I discorsi delle istituzioni, i ricordi degli anziani, di chi c’era. Il 25 aprile, per l’Italia, è dal 1945 una giornata simbolo da festeggiare, da onorare, da celebrare. Prima di tutto, non si può parlare di 25 aprile senza raccontare il ruolo avuto, quel giorno, dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. È solo grazie a quell’organizzazione politico-militare – costituita nel febbraio 1944 a Milano – che l’Italia ha potuto opporsi al fascismo e all’invasione tedesca riconquistando la tanto agognata libertà.

Quella mattina del 25 aprile 1945, il CLNAI (di cui faceva parte anche Sandro Pertini) ha deliberato un ordine di insurrezione generale nei territori ancora tenuti sotto scacco dall’occupazione nazifascista. I maggiori capoluoghi del nord, Milano e Torino, risposero all’appello con fermezza grazie al coraggio e al valore di numerosi partigiani.

Solo qualche giorno prima, il 19 aprile, la stessa organizzazione aveva diffuso sui quotidiani un aut-aut: “Arrendersi o perire”. Il messaggio era chiaro: non si sarebbero prese in considerazione terze ipotesi. La sera stessa del 25 aprile, Benito Mussolini, appurato che la situazione stava volgendo al peggio, provò a scappare da Milano. Per occultare la propria identità, indossò la divisa da soldato tedesco. La fuga, però, durò pochissimo. Solo due giorni dopo il fondatore del Fascismo fu smascherato e catturato dalla 52esima Brigata Garibaldi all’uscita di Musso, sul lago di Como. Il giorno seguente, il 28 aprile, fu processato e fucilato insieme alla sua amante, Claretta Petacci.

Oltre a questa storia che sappiamo già, ma non per questo non degna di essere ripetuta, ci sono moltissimi aspetti che spesso ci si dimentica di raccontare: un po’ perché in principio venivano ritenute superflue e un po’ perché non se ne sapeva abbastanza. Parlo delle donne nella Resistenza e alle partigiane. Sono state troppo poco nominate, ma hanno avuto un ruolo fondamentale per la liberazione del nostro paese.

La Resistenza fu per molti una scelta. Una scelta di vita. E fu una anche storia di donne.

Donne coraggiose ma per troppo tempo dimenticate. Storie di “Resistenza taciuta”. Il ruolo delle donne nel movimento di liberazione nazionale è stato etichettato per molto tempo come “contributo”, un termine che in realtà non rende piena giustizia all’impegno femminile nella Resistenza, ramificato in tutti gli ambiti della lotta.

Laura Wronowski Fabbri, la nipote di Matteotti, combatté in Liguria nelle brigate di Giustizia e Libertà. Scrisse: «Al comandante dissi di trattarmi come uno dei suoi uomini: gli stessi diritti, gli stessi doveri. E così fece. Quando scendemmo per la sfilata al termine della guerra, a me toccò il compito di confezionare e distribuire i fazzoletti della nostra formazione. A me, che fino ad allora avevo condiviso la vita, la fame, il freddo, la fatica, la disillusione di tutti. Era finita la guerra, eravamo tornate donne».

Ci fu la quotidiana resistenza e il quotidiano esercizio di coraggio delle “staffette”, cioè coloro che superavano le linee tedesche per portare i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento.

Ci fu la quotidiana resistenza di chi soccorse partigiani, fuggiaschi e perseguitati e di chi,, li ospitò nella propria casa, non curandosi delle conseguenze ben note, se solo i Tedeschi le avessero scoperte.

Sono storie. Fatte di nomi e di cognomi. Claudia Ruggerini, partigiana garibaldina, che rischiò la vita per trasmettere informazioni da San Vittore ai partigiani e per assicurare riconoscimento e sepoltura ad Eugenio Curiel.

C’era “Edera”, Francesca De Giovanni, la prima donna partigiana uccisa in Italia dalle Brigate Nere il 1° aprile del ’44 a Bologna, che gridò ai suoi assassini: “Tremate. Anche una ragazza vi fa paura”, poi Tina Anselmi, sconvolta dalla vista di un giovane gruppo di partigiani impiccati, e si unì alla Resistenza. Se siamo liberi è perché Tina Anselmi, di fronte alla morte, non scelse il rifugio della paura ma optò per i monti, ella faceva scappare i ragazzi prigionieri, trasportati sui carri di bestiame, percorreva dai 100 ai 120 chilometri al giorno, in bicicletta. Finiva i copertoni delle ruote uno dopo l’altro. Nella sua brigata, scherzando, li chiamavano “i copertoni con le ernie”, perché erano pieni di buchi. E alcuni partigiani avevano il compito di procurargliene di nuovi.

Se oggi nella nostra Costituzione abbiamo l’articolo 32, ed un servizio sanitario nazionale è grazie a Tina Anselmi, divenuta poi madre costituente.

Queste, Sono tutte storie di donne di ogni ceto sociale.

Avevano dato vita al Gruppo di difesa della donna (Gdd), un’organizzazione legata al Pci come le Sap o le Brigate Garibaldi, che cercava di sensibilizzare le donne alla lotta partigiana, per farle uscire da un’idea di ruolo sociale scoraggiato nel ventennio con l’immagine ‘donna regina del focolare’.

Le azioni e gli scopi delle donne nella Resistenza sono stati, di volta in volta, depoliticizzati per giustificare una certa retorica, quella che vede la donna agire esclusivamente per un discutibile “istinto materno” o innato “spirito pacifista” femminile, e non per una ferma presa di posizione politica.

Quest’interpretazione risulta sostanzialmente scorretta quando notiamo che la lotta di liberazione è stata la “prima occasione storica di politicizzazione democratica”, offerta alle donne italiane. Per questo è importante ricordare, in occasione di questo 25 aprile, che la Resistenza non fu solo armata, ma anche civile.

Eppure le partigiane non erano poche, il numero stimato si aggira intorno ai 70 000, ma sembrerebbe ce ne siano state molte di più, magari non schieratesi apertamente. Lasciarono le proprie case, il proprio lavoro, e si ribellarono.

Un’altra iniziativa importante fu la creazione del “Soccorso rosso”, una sorta di organizzazione con l’obiettivo di reperire viveri o denaro per le famiglie dei militanti in difficoltà. Il loro aiuto fu fondamentale perché, essendo donne, in una società con stereotipi maschilisti, erano meno sospette quando giravano per le strade in bicicletta, e spesso non veniva controllato se stessero trasportando oggetti per i partigiani.

Nell’epoca del secondo conflitto mondiale, le donne acquisirono un ruolo importante anche a livello economico-produttivo poiché dovettero sostituire gli uomini, richiamati alle armi, nell’industria, in particolar modo nel settore tessile e nelle catene di montaggio, e nell’agricoltura dove affrontavano le attività più faticose.

Il ruolo della staffetta era spesso ricoperto da giovani ragazze di 16-18 anni. Il loro compito era quello di garantire il fondamentale collegamento tra le varie brigate e tra i partigiani e le loro famiglie. Prendevano contatto con i militari e li informavano dei nuovi movimenti senza farsi scoprire dal nemico; altre invece imbracciarono le armi, si misero al fianco degli uomini e in alcuni casi venivano scelte come capi squadra e dirigevano l’intera brigata. Utilizzando le armi, le donne, invasero all’epoca un mondo prettamente maschile. Non lo fecero per la semplice emancipazione del loro ruolo ma per una mera questione di necessità in una situazione dove era giusto collaborare.

Le donne combattevano al fianco degli uomini, nelle montagne, al freddo, in alcuni casi si dedicavano a delle vere e proprie azioni di sabotaggio militare, mettendo a rischio la loro vita.

Sappiamo che per loro non fu per nulla facile. Che spesso vennero solo strumentalizzate e che gli Alleati, di cui si fidavano, non furono per niente amichevoli. Oltre ad essere mal viste vennero torturate, picchiate, subirono violenza, vennero stuprate. Di quelle che decisero di combattere a fianco agli uomini ne rimasero davvero poche, ed ecco perché non giunsero mai abbastanza testimonianze da evidenziarne il loro valore.

Va inoltre, sottolineato che, per essere riconosciuti tra i partigiani, si doveva aver partecipato alla lotta armata per almeno tre mesi all’interno di un gruppo organizzato riconosciuto. Solo pochissime, perciò, ebbero un riconoscimento ufficiale.

Molte preferirono non essere inserite tra le partigiane, e non entrare nel Pantheon della lotta al nazifascismo, in quanto ritenevano di aver fatto solo il loro dovere, ciò che nella loro etica era giusto per sé stesse e per il proprio Paese.

Le donne riuscirono comunque ad ottenere spazi nella vita pubblica e sociale, a raggiungere un nuovo ruolo, più importante nella vita economica e lavorativa. Prova ne fu anche la considerevole presenza nella neonata Assemblea Costituente, in cui le nostre “madri costituenti” seppero distinguersi, e Nilde Iotti fu una di quelle.

Giovanissima seguì le orme del padre, morto quando lei era ancora adolescente, e si iscrisse al Partito Comunista Italiano; dopo il Referendum del 2 giugno del 1946, Nilde Iotti fu eletta in Parlamento, prima come semplice deputato e poi come membro dell’Assemblea Costituente e contribuì a creare l’articolo 3 della Costituzione italiana dove si sancisce l’uguaglianza dei cittadini.

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