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Interviste

La Polonia sfida l’Unione Europea sull’applicazione dei trattati

Una recente sentenza della Corte Costituzionale di Varsavia ha stabilito che le fonti del diritto nazionale possono prevalere sul diritto europeo, aprendo lo scenario a una "Polexit"

Tonia Benincasa
Monitoraggio Parlamentare · 17 ottobre 2021 · 5 min di lettura

Lo scorso 7 ottobre la Corte Costituzionale polacca, presieduta dal giudice Julia Przylebska, ha dichiarato che alcuni regolamenti europei risultano essere incompatibili con la Costituzione della Polonia. In particolar modo, nella sentenza si legge che gli organismi dell’Ue avrebbero operato fuori dai limiti delle competenze concesse dalla Repubblica polacca, poiché il tentativo di interferire nell’ordinamento giudiziario polacco da parte della Corte di Giustizia dell’Unione viola i principi dello Stato di diritto, il principio di supremazia della Costituzione e il principio di conservazione della sovranità, nel processo europeo di integrazione. La sentenza è stata emanata a seguito del ricorso presentato dal primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, in merito agli “ampi e ragionevoli dubbi” sulla prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale. Infatti, la Corte di Varsavia ha ribadito che l’adesione del Paese all’Unione Europea, così come la sottoscrizione dei trattati, non equivale a delegare l’amministrazione della giustizia alle istituzioni comunitarie, pertanto far prevalere le sentenze europee sul diritto nazionale implicherebbe perdere la sovranità legale della Polonia. Al centro della questione vi è la riforma della magistratura, voluta dal partito di governo Diritto e giustizia, che secondo Bruxelles minerebbe l’indipendenza del sistema giudiziario. Stando alla sentenza, gli articoli 1 e 19 del Trattato sul funzionamento dell’Ue sarebbero incompatibili con la Costituzione polacca. Questo perché se è vero che gli Stati membri devono impegnarsi a garantire una protezione giuridica efficace negli ambiti riservati alla legislazione europea, con evidente riconoscimento della facoltà dell’Unione di pronunciarsi sul sistema giudiziario polacco, è altrettanto vero che l’Ue non ha competenze per valutare la giustizia polacca e il suo funzionamento, secondo la Corte di Varsavia. Il premier Morawiecki ha mostrato particolare soddisfazione per la pronuncia dei giudici, affermando che ogni Stato membro debba essere trattato in modo equo e rispettoso

Bruxelles non ha accolto in maniera positiva la sentenza, infatti già da una prima valutazione alcuni esponenti europei, tra cui la commissaria all’energia Kadri Simson, hanno manifestato particolare preoccupazione per quanto stabilito dai giudici di Varsavia. Ursula von der Leyen ha incaricato i servizi della Commissione europea di analizzare a fondo e celermente la sentenza, per poi decidere come procedere. “L’Ue è una comunità di valori e di diritto, è questo che tiene unita la nostra Unione e la rende forte. Difenderemo i principi fondanti dell’ordinamento giuridico comunitario, sul quale i nostri 450 milioni di cittadini europei fanno affidamento. La nostra massima priorità è garantire che i diritti dei cittadini polacchi siano tutelati e che essi godano dei vantaggi dell’appartenenza all’Unione europea, esattamente come tutti gli altri cittadini della nostra Unione. Oltre a ciò, i cittadini dell’Ue così come le imprese che operano in Polonia, necessitano di certezza giuridica e che le norme europee, comprese le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea, siano pienamente applicate in Polonia” ha affermato la Presidente della Commissione europea. Von der Leyen ha poi sottolineato che i trattati stipulati con gli Stati membri sono molto chiari nello stabilire che le sentenze della Corte di Giustizia Ue sono vincolanti per tutte le autorità dei Paesi aderenti, compresi gli organi giurisdizionali nazionali. Il diritto dei trattati, essendo questi ultimi delle fonti di diritto internazionale, prevale sulle norme interne, perfino sulle disposizioni costituzionali. La cosiddetta Primacy of Eu Law è un principio strutturale, fondante dell’ordinamento europeo, che gli Stati hanno più o meno direttamente accettato nel momento stesso in cui sono entrati a far parte dell’Unione. Tale principio è stato affermato dalle Corte di Giustizia nel caso Costa vs Enel del 1964, la cui sentenza sancì che in caso di contrasto tra una norma nazionale e una norma europea, quest’ultima dovesse prevalere. Il Presidente dell’Europarlamento, in videocollegamento all’European Youth Event, ha reagito in modo molto duro a quanto accaduto in Polonia, asserendo: “I valori della pace e della libertà contraddistinguono il nostro continente. So che in questo momento alcuni Paesi ci fanno soffrire e ci auspichiamo che rivedano le loro posizioni, ma non possiamo permettere che nessuno dei 27 Stati membri violi i trattati. Noi saremo totalmente inflessibili”. Anche l’ex presidente della Commissione di Bruxelles, guarda con angoscia la decisione del Tribunale costituzionale di Varsavia, definendolo come un vero e proprio attentato all’Unione Europea.

Le reazioni dei vari Stati membri sono state molto controverse. In Francia, per esempio, Marine Le Pen, ha difeso la Polonia che, affermando il primato del proprio diritto costituzionale sulla legislazione Ue, a suo avviso ha semplicemente esercitato il proprio legittimo ed inalienabile diritto alla sovranità. Mentre in Germania, Il ministro per gli Affari Europei Michael Roth sostiene che il diritto comunitario debba avere il primato sul diritto nazionale, non solo in Polonia ma ovunque, altrimenti la comunità di valori europea, costruita su leggi comuni, non potrà più funzionare. E in Italia? Come sempre le voci del panorama politico italiano sono innumerevoli e profondamente diverse. Il sottosegretario agli Affari europei, Enzo Amendola, ha espresso forte preoccupazione per la sentenza della Corte costituzionale polacca, dal momento che l’Europa è a suo parere condivisione di sovranità, e che la libera adesione ai trattati ha prodotto negli anni pace e prosperità per tutti gli Stati aderenti. Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha lanciato un vero e proprio allarme, poiché egli ritiene che quanto accaduto in Polonia rappresenti un grande passo indietro, sbagliato e pericoloso, il quale va fortemente combattuto. Alla base di questo passo indietro vi è un sovranismo antieuropeo che non è “uno slogan o folklore, come qualcuno pensa” avverte Letta. Per nulla preoccupata si è detta invece la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, secondo cui il segretario del Pd avrebbe dimenticato che la rivendicazione di sovranità messa in atto dalla Polonia, corrisponde a quanto richiesto in precedenza dalla Germania della Merkel, ossia che le norme europee possano essere applicate soltanto laddove non ledano l’interesse nazionale. Il riferimento è alla pronuncia del tribunale tedesco di Karlsruhe, che nel maggio 2020 ha contestato la legittimità di una sentenza della Corte di giustizia europea riguardante “Quantitative easing”, ossia il programma di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea. Secondo la Corte di Karlsruhe, il comportamento della Bce era stato ultra vires, cioè invasivo del campo del diritto nazionale, tuttavia a giugno la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti della Germania proprio su questo tema. Attenzione quindi a non prendere per oro colato tutto ciò che afferma la patriota Meloni. Velocemente, infatti, è giunta la replica di Enrico Letta: “Diversissima la sentenza polacca da quella tedesca di un anno fa sulla Bce. La sentenza di Varsavia, difesa da Meloni, Orban e LePen è di principio, generale e dalle conseguenze gravi a differenza di quella tedesca che è rimasta difatti senza seguiti”.

In realtà Varsavia è da tempo in contrasto con Bruxelles sia per quanto riguarda gli standard democratici del Paese, sia per l’indipendenza del proprio sistema giudiziario; la sentenza in questione può considerarsi come l’ennesima goccia in un vaso piuttosto gremito di contrasti, che secondo molti sarebbe pronto a traboccare da un momento all’altro. Nonostante Mateusz Morawiecki abbia dichiarato che l’intento della Polonia non sia affatto quello di uscire dall’Unione Europea, bensì solo quello di rivendicare la propria autonomia, migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città del Paese per manifestare la propria contrarietà ad una possibile “Polexit”. Quest’espressione, che ricalca la famosa Brexit, è stata utilizzata anche dal principale quotidiano polacco, non legato al governo, Gazeta Wyborcza, per descrivere la situazione politica attualmente vigente a Varsavia. In realtà bisogna dire che l’ipotesi che la Polonia esca effettivamente dall’Ue è ad oggi molto remota, innanzitutto perché si tratta di un Paese piuttosto povero rispetto agli altri Stati membri, infatti è quello che ha ricevuto il maggior numero di fondi europei (ben 127 miliardi di euro) a partire da quando è entrato a far parte dell’Unione, e poi perché grazie a varie iniziative comunitarie il PIL pro capite polacco è passato dsl 45% al 70%. In base ad un sondaggio realizzato dal quotidiano economico Dziennik Gazeta Prawna, l’88% dei polacchi vuole che la Polonia rimanga membro dell’Ue, e il 57% di essi non ritiene che la “Polexit” rappresenti uno scenario possibile. Un altro elemento che rende estremamente difficile l’uscita della Polonia dall’Unione Europea, è che l’Ue non ha gli strumenti giuridici necessari per sospendere o espellere uno Stato membro, seppur decidesse di farlo. Al momento, le conseguenze della sentenza polacca sono più politico-economiche che giuridiche. Infatti Il premier olandese Mark Rutte ha formalmente chiesto alla Commissione europea di “non approvare” il Recovery plan polacco da 36 miliardi di euro, almeno finché non sarà risolta la questione relativa al primato del diritto europeo.

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