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Interviste

Il futuro della Germania al termine dell’era Merkel

I socialdemocratici vincono le elezioni politiche in Germania, ma per governare bisognerà negoziare

Tonia Benincasa
Monitoraggio Parlamentare · 3 ottobre 2021 · 5 min di lettura

Il governo della “cancelliera eterna”, dopo 16 lunghi anni, è giunto al termine. Durante i quattro mandati di Angela Merkel la Germania ha vissuto una profonda crescita economica, un ingente incremento dei posti di loro, e si è distinta per le innumerevoli iniziative nei confronti delle donne nonché per l’accoglienza dei migranti. “Frau Merkel” è stata la prima donna a ricoprire un incarico politico così importante nel governo tedesco, nonché la seconda donna nella storia a presiedere il summit dei grandi Paesi, dopo Margaret Tatcher. La fama dell’ormai ex cancelliera è senza dubbio legata alle sue spiccate doti oratorie, al suo pacato pragmatismo e alla sua estrema riservatezza per ciò che riguarda la vita privata. Nel corso dei suoi mandati ha avuto a che fare con tanti personaggi istrionici, tra cui Vladimir Putin, Silvio Berlusconi, Donald Trump, ma è sempre riuscita a ponderare con intelligenza le proprie mosse, conquistando il rispetto dei più grandi leader mondiali. Impossibile dimenticare la gestione eccellente della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, che ha visto giungere in Germania un milione tra siriani, iracheni ed afghani, a molti dei quali è stata poi conferita la cittadinanza tedesca, con conseguente riconoscimento del diritto al voto. Nonostante inizialmente ci fosse una forte opposizione alla decisione di accogliere così tanti immigrati, in special modo da parte della destra radicale, la Germania alla fine ha dato una profonda lezione di umanità a tutti, dimostrando che l’integrazione, gestita nel modo corretto, può rappresentare una reale opportunità di crescita per il Paese. Una delle pecche del suo governo è stata tuttavia la scelta di prediligere un sistema di austerità che, se da un lato ha rafforzato la stabilità economica del Paese, d’altro canto ha imposto innumerevoli sacrifici a diversi Paesi dell’UE, tra cui la Grecia. Per austerità si intende una politica di bilancio restrittiva o di rigore dello Stato, caratterizzata da tagli alle spese e ai finanziamenti pubblici, al fine di ridurre il deficit pubblico.

Ben consapevole della difficoltà nella scelta di un successore a quella che viene considerata una delle donne più influenti al mondo, il 26 settembre 60,4 milioni di tedeschi hanno votato per il rinnovo della Bundestag. Nel suo ultimo discorso in Parlamento, Angela Merkel ha manifestato il proprio sostegno al candidato della CDU (Christian Democratic Union) Armin Laschet, affermando l’improbabilità di un governo guidato dal partito di estrema sinistra Die Linke, con il sostegno di SPD (partito socialdemocratico) e dei Verdi. Ciò ha generato in aula un clima di forti contrasti, ma tra urla e fischi, l’ex cancelliera ha affermato che, dopo aver trascorso 30 anni al servizio della Bundestag, è convinta che solo mediante una politica moderata e centrista, come quella di Laschet, la Germania possa mantenere una posizione economica dominante ed attuare una politica estera ottimale. Gli aventi diritto al voto hanno espresso due preferenze: la prima, con metodo uninominale, per l’elezione di 299 parlamentari, l’altra per scegliere un partito politico tra le 47 liste in lizza, che dovranno però superare una soglia di sbarramento del 5% per poter accedere al Parlamento. Tre sono invece i candidati alla Cancelleria: il social-democratico Olaf Scholz, il cristiano-democratico Armin Laschet, presunto erede della Merkel, e la verde Annalena Baerbock.

Il risultato è noto, nessun partito ha realmente vinto. Mentre è chiaro chi ha perso: lo sconfitto è senza dubbio il leader conservatore Armin Laschet, infatti l’unione CDU/CSU ha ottenuto il 24,1% dei voti, 9 punti in meno rispetto alle elezioni del 2017. I socialdemocratici hanno ottenuto il consenso più alto, pari al 25,7%, tuttavia non avranno la possibilità di governare da soli. La partita delle trattative per la formazione del governo si giocherà in tempi molto lunghi; i Liberali e i Verdi saranno l’ago della bilancia, potendo trattare con entrambi i partiti maggiori. Ciò che emerge in modo netto è la caduta di Linke, ovvero dell’estrema sinistra, che dall’11,9% crolla al 4,9%. Il tentativo di adottare politiche verdi, aprendo le frontiere, ponendo l’accento sulle questioni delle minoranze e sulla protezione del clima, con conseguente aumento del prezzo di benzina, gas e gasolio da riscaldamento, ha condotto ad una progressiva perdita di fiducia dei cittadini, rafforzando indirettamente l’AfD (estrema destra).

Consultando i dati, i conservatori potrebbero restare fuori dalle reali trattative, per cui l’ipotesi più probabile sembrerebbe essere quella del ‘governo semaforo’, ovvero di una coalizione a tre partiti che comprenda i socialdemocratici (rosso), i liberali (giallo) e i verdi. Non è tuttavia da escludere nemmeno l’opzione “Giamaica”, ossia una coalizione che veda come protagonisti i democristiani insieme a dei partiti minori, come i verdi o i liberali. Sarà in ogni caso necessario raggiungere un compromesso, a causa delle diverse posizioni estreme presenti nei vari partiti. Se nell’esecutivo fosse coinvolta la CDU/CSU si punterebbe al rilancio economico della Germania, unito ad un programma di austerità, con particolare attenzione agli investimenti a favore dell’industria e al contenimento della pressione fiscale. Con i socialdemocratici, invece, si punterebbe maggiormente alla tutela dello Stato sociale, mediante la redistribuzione del reddito, l’incremento della pressione fiscale sulle classi più abbienti, il miglioramento del sistema sanitario così come delle infrastrutture digitali, la lotta contro le discriminazioni e a sostegno della parità di genere, soprattutto nell’ambito economico. Nel programma elettorale dell’Spd viene promosso, inoltre, un rafforzamento dei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione Europea. Mentre i liberali punterebbero principalmente alla non ingerenza dello Stato nell’economia, pur preservando i diritti sociali, e alla diminuzione della pressione fiscale nei confronti di tutta la popolazione, i Verdi si concentrerebbero sulle politiche ambientali. La situazione attuale, quindi, non consente la creazione di un esecutivo diverso dalla formula della coalizione, a fronte di un Parlamento in cui nessun partito ha un’autonoma maggioranza numerica. Le trattative si presentano articolate e tutt’altro che definite. Senza un compromesso politico vi sarebbe esclusivamente una paralisi istituzionale, ma l’accordo va raggiunto con cautela e cognizione di causa, perché non è detto che la coalizione azzeri le singole identità di partito e ciò potrebbe configurare uno scenario simile a quello italiano, in cui i partiti che sostengono Mario Draghi fanno tutto il contrario di ciò che affermano in Parlamento, minacciando dall’interno un’alleanza politica di cui sono parte integrante.

Quali sono state le reazioni nell’UE e in Italia a seguito delle elezioni tedesche? Innanzitutto il presidente dell’Europarlamento, Davide Sassoli, si dice molto soddisfatto perché “le elezioni in Germania confermano la solidità della visione democratica ed europeista; nel pieno delle trasformazioni geopolitiche, questo voto manda all’Europa un messaggio progressista, ma anche di stabilizzazione”. A suo avviso, la destra ne esce pesantemente sconfitta, indice che dalla crisi causata dal Covid si esce mettendo al cento le persone, e la solidarietà, non aumentando le divisioni sociali. Anche per Enrico Letta, segretario del PD, il risultato di codeste elezioni è da ritenersi clamoroso: “Abbiamo la prova che di ciò che ho sempre pensato e che è una delle ragioni fondamentali che mi hanno spinto a tornare e ad assumere la guida del Partito democratico. Dalla pandemia si esce a sinistra” ha asserito, convinto del fatto che il cancellierato andrà a Scholz, proprio perché è stato in grado di strappare alla Cdu l’eredità positiva dell’era Merkel. Non è detto però che quest’ultima lasci presto la Bundestag, dal momento che rimarrà in carica ad interim fino a quando non verrà eletto il nuovo capo del governo. I negoziati potrebbero richiedere diverse settimane, nel 2017 ci vollero addirittura quasi sei mesi. C’è da considerare anche la paradossale ipotesi che, se il nuovo cancelliere non dovesse essere eletto entro il 17 dicembre, Angela Merkel diventerebbe il capo del governo democraticamente eletto più a lungo in carica, superando il record di Helmut Kohl, che governò la Germania per 25 anni.

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