Torna alla prima pagina
Interviste

Violenza di genere: cos’è disposta a fare l’Unione Europea per tutelare le donne?

I numeri delle donne uccise dall’inizio del 2021 sono raccapriccianti, al punto da spingere il Parlamento Ue ad inserire la violenza di genere tra gli “eurocrimini”

Tonia Benincasa
Monitoraggio Parlamentare · 19 settembre 2021 · 5 min di lettura

I femminicidi entrano a pieno titolo nella globalità dei problemi che attraversano la nostra cultura. Nonostante il progresso scientifico e tecnologico realizzato nel corso degli anni dai Paesi occidentali, permane nella società odierna una visione spesso patriarcale e non egualitaria, a causa della quale la donna viene considerata ancora come un oggetto del possesso, nelle mani di un individuo che ha diritto di vita e di morte su di lei. Ma cos’è un femminicidio?

Non è un interrogativo scontato, considerando il fatto che nell’ordinamento giuridico italiano tuttora non è presente una definizione effettiva di tale reato. Le Nazioni Unite hanno deciso di misurare il femminicidio tenendo conto della relazione sussistente tra vittima ed autore, il quale spesso è un membro del nucleo familiare oppure lo stesso partner della donna. Alla base di questa forma di violenza, di stampo prettamente maschilista, vi è l’introiezione di modelli e codici comportamentali che hanno reso nei secoli la donna totalmente succube dell’uomo, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista emotivo. Ed è per questo che l’Unione Europea, i cui dati sulle uccisioni femminili sono però nettamente migliori rispetto a Paesi come la Russia, il Sudafrica oppure l’Honduras, ha sempre mantenuto un focus molto alto sul tema, nel tentativo di modellare una mentalità istintiva e criminale che induce il partner o l’ex partner a scaraventare la propria ira e la propria gelosia contro la compagna, giungendo perfino ad ammazzarla pur di rivendicare la propria supremazia.

Una delle prime iniziative politiche intraprese a livello internazionale è stata la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata dall’ONU nel 1993, fino a quando nel 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la parità tra uomo e donna è stata riconosciuta tra i valori fondamentali europei. Senza dubbio però il passo più importante in materia è stato compiuto con la Convenzione di Istanbul, approvata dal Consiglio d’Europa nel 2011, la quale fornisce, per la prima volta nella storia, una definizione completa e soddisfacente del fenomeno: “Per violenza di genere si intende designare ogni forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere, che provocano o sono suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti.” Inoltre nella Convenzione sono state introdotte le cosiddette “3 P”: Prevenzione (e quindi educazione alla non violenza), Protezione (da intendersi come risposta efficace alle denunce di chi subisce violenza) e Punizioni verso gli autori del reato, a cui si aggiunge il potenziamento dei diritti delle donne, inteso a contrastare l’inibizione della propria libertà.

Ebbene, come è possibile che nonostante tali azioni politiche, i dati sui femminicidi non siano mai calati nel corso degli anni? In tutta Europa, nel 2019 (dati Eurostat), sono state uccise 1.421 donne, una ogni quattro giorni, una ogni sei ore: 285 in Francia, 276 in Germania, 126 in Spagna e 111 nel nostro Paese. Da allora i numeri sono solo peggiorati. Se pensiamo che in Italia dall’inizio del 2021 ad oggi sono state uccise 83 donne, di cui 7 solo negli ultimi 10 giorni, vuol dire che il problema è molto più radicato di quanto all’apparenza possa sembrare, e che tutte le campagne di mobilitazione nazionale non hanno raggiunto i risultati sperati. La violenza prende forma quando le donne rivendicano un ruolo diverso nella famiglia e nella società, minacciandone la presunta stabilità. Si è spesso parlato di ridurre il divario salariale, a causa del quale le donne guadagnano oltre il 16% in meno rispetto ai colleghi uomini, poiché l’indipendenza economica è una delle armi migliori per difendersi dalla violenza. Ad oggi, purtroppo, le disparità salariali permangono e si aggiungono ad una profonda sfiducia maturata nel tempo dalle vittime nei confronti della giustizia. Le azioni messe in campo dagli Stati, malgrado l’adesione alla Convenzione di Istanbul, mancano di effettività, con la conseguenza che le vittime hanno poca fiducia verso le autorità inquirenti ed il sistema giudiziario, con un’inevitabile diminuzione del numero di denunce.

Processi lunghissimi, condanne lievi, interrogatori sessisti, denunce non prese in considerazione, sono solo alcune delle motivazioni che spingono le donne a non dichiarare gli abusi e le minacce subite. La questione della libertà femminile ha ormai a che fare con una rottura culturale, si tratta di un conflitto etico che necessita di un’evoluzione psicologica: bisogna definire su basi nuove il rapporto tra i sessi, educando le nuove generazioni a non usare la violenza come un mezzo per l’affermazione di sé stessi.

E’ per questa ragione che le Commissioni per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) e per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (FEMM) hanno proposto una iniziativa a carattere legislativo volta ad includere la violenza di genere tra le “sfere di criminalità” contenute nell’art. 83 del Trattato sul funzionamento dell’UE, da cui deriverebbe una competenza specifica delle istituzioni comunitarie, come accade già per i reati di terrorismo, tratta degli esseri umani, sfruttamento sessuale delle donne e dei minori, traffico illecito di stupefacenti e di armi, riciclaggio di denaro, corruzione, contraffazione di mezzi di pagamento, criminalità informatica e criminalità organizzata . La proposta legislativa è volta alla criminalizzazione della violenza, che andrà valutata in una dimensione transnazionale, in modo da combattere il fenomeno su una base comune. Il 16 settembre il Parlamento europeo ha adottato per l’appunto una risoluzione che annovera il femminicidio (e tutti i reati connessi, quali molestie, abusi, minacce fisiche e verbali) tra gli “eurocrimini”; l’atto è stato approvato con 427 voti favorevoli, 119 contrari e 140 astensioni.

Sul fronte italiano, stupisce (o forse no) che si siano astenute dal voto le delegazioni di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Addirittura Simona Baldassarre (Lega), membro della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, ha votato contro il testo. La motivazione addotta è che la violenza contro delle donne debba essere combattuta con risposte di buonsenso e non con atteggiamenti ideologici, finalizzati all’applicazione di una politica di estrema sinistra. Ma come si può essere ideologici quando il tema è la prevenzione dalla morte? Come si può ridurre il dibattito riguardante i femminicidi ad una diversità di schieramenti politici? Come è possibile astenersi quando circa 62 milioni di cittadine europee, una donna su tre, ha subito violenza sessuale e/o fisica, mentre una su due è stata vittima di molestie? Nel 2019, questi stessi partiti votarono a favore del Codice Rosso, che ha introdotto nel Codice Penale nuovi reati e riservato una corsia preferenziale alle denunce per violenza di genere. Viene da chiedersi, col senno di poi, se quel voto del 2019 non fosse allora mero opportunismo politico, dal momento che la lotta alla violenza dovrebbe avere un’unica direzione percorribile, e non mutare in base ai contesti. Come afferma il magistrato Rosario Caiazzo, giudice della Suprema Corte di Cassazione: “Le leggi potranno anche essere buone, ma senza un cambiamento culturale - da parte di tutti - non potranno mai funzionare.”

Ecco perché il testo approvato a livello europeo rappresenta un traguardo di grande civiltà, grazie a cui potranno essere adottate misure di prevenzione, servizi di sostegno e di protezione, nonché adeguate misure di risarcimento per le vittime. Verranno inoltre posti molti vincoli a quegli Stati che nella lotta alla violenza sono ancora indietro, spesso a causa di governi reazionari. Indispensabile, per il raggiungimento di risultati concreti, sarà la cooperazione tra i Paesi membri, che ci auguriamo possano spendere bene i fondi previsti dal programma Next Generation EU per la riduzione del gender gap e per la valorizzazione sociale delle donne.

Unisciti alla nostra newsletter

Ricevi in anteprima aggiornamenti ed analisi esclusive dallo staff di PoliticaLab.

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Cannabis legale. Un referendum che punta ad abbattere il tabù

Dopo anni di tentativi sembra essere ad un passo il quorum per raggiungere un referendum sulla questione. Dati alla mano, la cannabis fa meno danni di alcol e tabacco. Vedere per credere

Politica Interna
18 settembre 2021 · 4 min di lettura

Green Pass obbligatorio per i lavoratori: la settimana in Parlamento

Dal 15 ottobre obbligo di green pass per tutti lavoratori. Il lavoro pubblico tornerà in presenza ma.. Eletto il nuovo Comitato di Garanzia del M5S

Monitoraggio Parlamentare
17 settembre 2021 · 3 min di lettura
PoliticaLab utilizza cookies 🍪. Per saperne di più, consulta la  Privacy Policy.
© 2021 PoliticaLab. Chi Siamo. Privacy Policy. Contatti: email ti.balacitilop@ofni, telefono 3438969570.
Collegamento a $https://instagram.com/politicalab_itCollegamento a $https://twitter.com/PoliticaLab_itCollegamento a $https://www.linkedin.com/company/politicalab/