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Interviste

Il ruolo dell'Europa in Afghanistan

La crisi sociale ed umanitaria in Afghanistan ha riacceso il dibattito sulla difesa comune europea

Tonia Benincasa
Monitoraggio Parlamentare · 5 settembre 2021 · 6 min di lettura

Dopo vent’anni dall’11 settembre 2001, quando 3000 persone tra uomini, donne e bambini persero la vita durante l’attentato delle Torri Gemelle, sembra che l’Occidente stia fallendo.

L’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe americane era stato formalizzato dall’amministrazione di Donald Trump, ed è stato in concreto attuato da Joe Biden, ritenuto a tutti gli effetti il responsabile del terribile destino a cui è stata condannata la popolazione afghana, per via del ritorno dei talebani. In questo momento probabilmente i jihadisti staranno contemplando le immagini della luminosa torre che ha sostituito le Torri Gemelle e staranno decidendo come strutturare il nuovo governo, in cui la parola “democrazia” è del tutto bandita.

Ma c’è davvero un colpevole per quanto sta accadendo? A chi bisogna attribuire la colpa per i civili che si sono aggrappati agli aerei americani ed europei per scappare dalla propria terra, e in particolare per coloro che non ce l’hanno fatta a fuggire e sono rimasti prigionieri del regime fondamentalista talebano?

Forse a tutto l’Occidente, forse alla Nato, forse alla diplomazia internazionale, ma come in tutte le cose è difficile trovare un solo reale colpevole, soprattutto quando c’è in gioco la vita di milioni di persone. E’ probabile che in qualsiasi momento l’esercito americano si fosse ritirato, i talebani si sarebbero nuovamente insediati a Kabul, tuttavia bisogna sottolineare che lo status quo in Afghanistan è stato raggiunto con solo 2.500 soldati americani e 750 britannici, tutti in ruoli di supporto e non di combattimento.

In Europa gli Stati Uniti hanno stanziato ben 320.000 soldati, 55.000 invece in Giappone. Ciò indica che la popolazione afghana ha goduto di pace e libertà mediante una piccolissima percentuale di aiuti militari. Joe Biden, nel tentativo di motivare la decisione di abbandonare Kabul, ha affermato che l’obiettivo americano non è mai stato quello di costruire una Nazione, bensì quello di combattere i terroristi (si pensi alla demolizione di Al Qaeda). A suo avviso le forze Usa non devono essere condannate a morire in una guerra che l’Afghanistan non sa combattere, nonostante tutti gli strumenti messi a disposizione dagli americani. La scelta era o proseguire l’accordo negoziato da Donald Trump con i talebani, oppure tornare a combattere.

Le evacuazioni dal Paese sono state tantissime, quasi 20.000 a bordo di 42 aerei militari americani e 48 aerei alleati. Anche il presidente della Repubblica Islamica, Ghani, ha lasciato il Paese per evitare un bagno di sangue, dato che innumerevoli patrioti sarebbero stati martirizzati e la capitale sarebbe stata distrutta se fosse rimasto in Afghanistan. Come se non bastasse lo Stato Islamico, ha annunciato che Abdul-Rahman al-Logari, l’attentatore kamikaze che si è fatto esplodere all’aeroporto di Kabul, causando la morte di circa 200 persone, tra cui 13 militari americani, era fuggito da una prigione dopo l’irruzione dei talebani, i quali hanno riportato in libertà tanti dei loro combattenti, nonché esponenti dell’Isis e di Al-Qaeda. Quanto accaduto ha messo in primo piano in Europa la questione dell’accoglienza dei rifugiati, giunti in Occidente per riprendere in mano la propria vita, per donare ai propri figli un futuro diverso, senza dubbio migliore.

Per il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli: “La crisi afghana ci riguarda profondamente. Rispetto alla crisi umanitaria, non possiamo dire che devono occuparsene solo i Paesi confinanti. E per quanto attiene alle questioni militari, dobbiamo prendere atto della débâcle e aumentare la nostra capacità di difesa comune e di intervento rapido. Se l’Unione vuole essere un attore globale, non si giri dall’altra parte. Bisogna capire dove i nuovi governanti vogliono portare l’Afghanistan. Andare in ordine sparso sarebbe un errore strategico. Mi auguro che ogni iniziativa dei singoli governi venga concordata a livello europeo”.

Tuttavia l’egoismo e il calcolo di corto respiro di molti governi non consentono all’Unione di esprimere la sua forza e garantire la sua unità. Tale tesi viene condivisa anche dal nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, secondo cui l’Afghanistan ha messo in evidenza la scarsa capacità di incidere dell’UE, per questo risulta indispensabile assicurare subito gli strumenti di politica estera e di difesa comune. “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi” afferma, riportando le parole di Jean Monnet. “Strumenti come il Next Generation non possono essere una tantum. I gelidi antipatizzanti dell’Unione si diano pace perché questi strumenti resteranno, ne sono convinto. Valori come la libertà, i diritti, la pace, la collaborazione internazionale, la coesione sociale non sono confinabili in un solo territorio ma appartengono all’intera umanità. Sono anche i valori dell’Europa. In questi giorni una cosa appare sconcertante e si registra nelle dichiarazioni di politici un po’ qua e là in Europa. Esprimono grande solidarietà agli afghani che perdono libertà e diritti, ma che restino lì, non vengano qui perché non li accoglieremmo. Questo non è all’altezza dei valori della UE. Solo una politica di gestione comune dell’immigrazione può evitarci di essere travolti da un fenomeno incontrollabile”. Un discorso brillante, non esente da critiche, ma senza dubbio improntato al rilancio dell’Unione Europea, ridefinendo il patto transatlantico con la Nato e creando una difesa comune. A ricordarlo è stato anche Matej Tonin, ministro della Difesa della Slovenia, il Paese a cui spetta la presidenza di turno del Consiglio europeo.

La crisi afghana ha riportato bruscamente a galla la questione dell’esercito comune, che offra copertura strategica ai Paesi membri, tutelandoli dal crescente isolazionismo militare americano. Attualmente l’Unione dispone di due Battle Group di 1.500 uomini, impiegabili a rotazione fra gli Stati e teoricamente pronti per l’impiego in aree di crisi, ma di fatto mai utilizzati. La proposta attuale dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, sarebbe quella di creare una forza d’intervento rapido composta da 5 mila soldati pronti ad agire negli scenari di crisi internazionale, come quello afghano, su ordine dell’UE. Ma per dare avvio a questo impegno operativo, bisognerebbe rispettare almeno cinque condizioni che i 27 Paesi europei non sono disposti a negoziare: innanzitutto l’Afghanistan non deve essere utilizzata come “base” per esportare il terrorismo in altri luoghi; è necessario che i talebani rispettino i diritti umani, in particolare i diritti delle donne, nonché lo stato di diritto e la libertà di stampa; è inoltre fondamentale dar vita ad un governo di transizione rappresentativo ed inclusivo. Le ultime due condizioni consistono nel garantire il libero accesso agli aiuti umanitari, nel rispetto delle procedure e delle condizioni dell’UE, nonché favorire le partenze dei cittadini stranieri e afghani che vogliono lasciare il Paese.

L’impressione, tuttavia, è che ci si concentri sul mezzo e non sull’obiettivo, presupponendo su tutto comunanza di vedute. Alla fine degli anni ’90 si era innescato, sulla base dell’esperienza in Kosovo, un dibattito similare confluito in una proposta di una forza militare da 60 mila unità, proposta però non attuata per la mancata disponibilità nel definire una strategia politica comune. Infatti, per l’analista politico Fabrice Pothier, del centro Rasmussen Global: ”Il dibattito è prematuro. L’Europa non ha ancora né la volontà politica né la capacità reale di costruire un suo sistema di difesa autonomo. Penso in particolare al trasporto aereo, ai sitemi di sorveglianza, all’intelligence, ai sistemi logistici, senza dimenticare il livello di protezione che serve alle forze armate per svolgere un lavoro come quello che stava impegnando l’esercito statunitense in Afghanistan. Per avere un’idea di quanto sia verosimile una politica comune sotto l’aspetto della difesa europea bisogna guardare alla Germania, finora molto restia a cambiare lo status quo. Se i tedeschi dovessero iniziare a mostrarsi interessati a rischiare di più, a mettere soldi e risorse nella difesa comune allora tutto potrebbe cambiare“.

Attualmente risulta più concretizzabile lavorare per garantire una presenza comune europea a Kabul, così da favorire l’evacuazione delle persone a rischio. Sarà probabilmente Doha la destinazione di molte sedi diplomatiche occidentali, tra cui l’ambasciata italiana, ma tale decisione non va intesa come un primo passo verso il riconoscimento del governo dei talebani, ma soltanto come un’operazione strumentale alla discussione di importanti temi con gli esponenti jihadisti. A tal proposito, anche il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha ribadito che è da escludere ogni possibilità di riconoscere il neonato emirato islamico, nonostante nei giorni scorsi il portavoce dei talebani Zabiullah Mijahid abbia affermato di voler ristabilire buone relazioni con l’Italia, aprendo dunque al dialogo, nel vano tentativo di mostrare al mondo un volto più moderato del regime talebano.

Nel frattempo sono ripresi i voli interni della compagnia Afghan Airlines e l’Onu ha ripreso ad inviare aiuti umanitari. Sulla questione degli aiuti, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha convocato una riunione internazionale a Ginevra il 13 settembre, in cui l’Onu chiederà un aumento rapido in materia di finanziamenti, affinché le operazioni umanitarie possano continuare. Su questo fronte l’Italia si è già impegnata, garantendo libero accesso a tutte le Ong e le agenzie Onu che si occupano di tutelare i civili.

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