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Interviste

“Il cimitero degli imperi”: chi colmerà il vuoto statunitense in Afghanistan?

Dopo il ritiro di Washington, Cina e Russia iniziano la loro partita a scacchi, mentre l’Unione Europea tentenna

Chiara Malaponti
Esteri · 15 settembre 2021 · 3 min di lettura

Pericolo e opportunità: è il senso che lascia la decisione dell’amministrazione americana di chiudere un capitolo lungo vent’anni, quello della missione Afghanistan, ai suoi principali rivali, Cina e Russia.

Da una parte, la vittoria di Pechino potrebbe sembrare schiacciante: il ritiro delle truppe USA segna il declino di Washington come global policeman e contribuisce all’inaridimento della fiducia alleata verso la Casa Bianca, cosa che non fa che rafforzare la leadership informale della Cina come alternativa al modello americano. Tuttavia, bisogna tenere a mente che a livello strategico un Afghanistan libero dal controllo degli Stati Uniti, così come ci appare in questi giorni, presenta ancora grandi incertezze dal punto di vista cinese.

Per prima cosa, Pechino è consapevole che al momento sarebbe avventato inglobare nella propria sfera d’influenza un paese tanto instabile a livello politico e inoltre caratterizzato da un’economia particolarmente debole. Tutti i finanziamenti versati fino ad oggi a Kabul sono aiuti umanitari a breve termine; la Cina, per ora, si guarda dallo sponsorizzare progetti e infrastrutture in territorio afghano sul lungo periodo, nonostante nutra interesse verso l’Afghanistan, soprattutto nell’ambito della Belt & Road Initiative. Questo perché le condizioni di sicurezza del paese rimangono critiche e il pericolo del terrorismo non incoraggia gli investimenti. In questo senso, la sicurezza rappresenta un altro snodo critico della postura cinese verso il neo-governo talebano. Pechino mantiene un dialogo con Kabul non solo perché esso rappresenta la naturale mossa diplomatica a seguito della “sconfitta” del rivale americano, ma perché ha un chiaro interesse nell’estirpare l’eventuale supporto afghano alla minoranza musulmana degli uiguri nella regione dello Xinjiang e all’affiliato – e temuto – Movimento Islamico del Turkestan Orientale. Di fatto, per contenere la minaccia dell’estremismo islamico nel proprio territorio, la Cina sta concedendo che si installi in Afghanistan, con cui condivide un confine di soli 76 chilometri.

Le relazioni fra Pechino e Kabul saranno fortemente influenzate dalla capacità dei talebani di impugnare saldamente le redini del governo. Data la grande frammentazione etnica del paese e il supporto eterogeneo alla nuova amministrazione, concentrato principalmente nel Sud e nell’Est dell’Afghanistan, per il momento la Cina si limita a osservare e a valutare se il governo talebano potrebbe essere, sul lungo termine, un eventuale partner, ma conserva un atteggiamento estremamente cauto.

Questa posizione è condivisa anche dalla Russia che, pur mantenendo le linee di comunicazione aperte con Kabul, si guarda dal lasciarsi coinvolgere direttamente, come avevano fatto gli USA, in progetti più estesi. Memore della disfatta del 1979-89, Mosca si concentra sulle conseguenze che la situazione in Afghanistan potrebbe avere sugli alleati dell’Asia Centrale, le repubbliche ex-sovietiche degli “-Stan”. Quindi, se da una parte la missione diplomatica russa in Afghanistan rimane attiva, dall’altra il Cremlino, attraverso le esercitazioni militari condotte in Tajikistan e Kyrgyzstan, si dimostra pronto a intervenire nel caso la situazione dovesse minacciare la sicurezza in Asia Centrale, area in cui la crisi afghana ha solo rafforzato il suo ascendente - tanto da essere definita da alcuni una regione “post-americana”, ossia i cui sviluppi prescindono dall’attività della Casa Bianca.

Infine, gli eventi di questo agosto potrebbero influenzare l’assetto dell’Unione Europea, che si trova a dover fronteggiare la situazione in Afghanistan senza il supporto del partner statunitense. Finora, l’UE si è dimostrata titubante e ha mosso passi incerti nella gestione di questa emergenza. Il primo tema a suscitare grande dibattito è stato quello migratorio; tuttavia, la geografia ha un peso e, data la maggiore distanza che intercorre tra i paesi dell’Unione e l’Afghanistan, è improbabile che questi si trovino a fronteggiare un flusso paragonabile alla diaspora siriana del 2015.

Bisogna inoltre notare che l’UE, a differenza di Cina e Russia, è fortemente limitata, nella gestione delle relazioni con il nuovo governo talebano, dai valori imposti dal proprio progetto politico. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha sottoposto l’eventuale collaborazione con Kabul a cinque condizioni, che riguardano, per esempio, i diritti delle donne e l’inclusività della formazione di governo, già smentite nei fatti dall’amministrazione talebana. Data la natura ideale e non solo pragmatica dell’azione esterna europea, l’Afghanistan rappresenta una sfida in più per il SEAE.

Un altro punto su cui le istituzioni europee dovranno ragionare, a fronte della situazione, è la postura strategica e militare dell’Unione, finora dipendente da quella degli Stati Uniti, che necessita di essere riformulata in maniera più autonoma. Nonostante raggiungere un consenso su questo piano rappresenti un’enorme sfida per gli stati membri, costituisce sempre più una necessità. Gli Stati Uniti hanno messo in chiaro che il loro obiettivo è quello di conservare risorse e indirizzarle solo alla gestione di interessi di carattere vitale per la Casa Bianca, in cima ai quali si staglia la situazione nell’Indo-Pacifico. L’UE sarà quindi sempre più lasciata a se stessa, come la crisi afghana ha dimostrato.

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