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Interviste

La nuova legge anti-migranti del Regno Unito

Sulla scia della Danimarca, che ha recentemente approvato una legge anti-migranti, il Regno Unito ha deciso di modificare le proprie leggi migratorie

Federico Morra
Esteri · 12 agosto 2021 · 7 min di lettura

Sulla scia della Danimarca, che ha recentemente approvato una legge anti-migranti, il Regno Unito ha deciso di modificare le proprie leggi migratorie. Martedì 6 luglio, infatti, la Segretaria di Stato per gli affari Interni del Regno Unito Priti Patel – Partito Conservatore –, ha presentato al Parlamento britannico il “Nationality and Boarders Bill”, un disegno di legge che prevede la riforma della cittadinanza e del diritto d’asilo del Paese. Presentata dalla Ministra come una legge che servirà a «riparare il sistema di asilo rotto» e ciò per cui «il popolo britannico ha votato più e più volte per tornare a controllare i propri confini e per eliminare il traffico illegale di migranti», sembra invece inasprire gli accordi già esistenti e lasciare i richiedenti asilo nel limbo per anni.

Approvato il 19 luglio con 366 voti favorevoli e 265 contrari – nonostante la denuncia del Partito Laburista – l’obiettivo della legge sarà l’inasprimento della repressione verso quelle persone che raggiungeranno il Paese illegalmente: l’ingresso senza documenti diventerà, infatti, un reato punibile dai sei mesi ai quattro anni di prigione.

Nello specifico, il disegno di legge fa una distinzione tra i migranti che arrivano attraverso i programmi di reinsediamento e quelli che arrivano con altri mezzi dividendoli – come descritto in un documento ufficiale dell’UNHCR – in un sistema discriminatorio a due livelli, basando in questo modo i loro diritti secondo le modalità di arrivo. La stessa agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha espresso preoccupazioni affermando che, se entrerà in vigore senza modifiche, tale legge rischierà di «minare il sistema di protezione internazionale, non solo nel Regno Unito, ma a livello globale». Proprio come la Danimarca, anche il Regno Unito spera che queste misure disincentivino le persone a dirigersi verso il Paese.

Tuttavia, nonostante le critiche, il Governo si è giustificato dichiarando di essere motivato da principi umanitari: la Ministra Patel ha posto l’accento sul fatto che il disegno di legge «garantirà che l’accesso al sistema di asilo del Regno Unito sia basato sulla necessità e non sulla capacità di pagare i trafficanti di esseri umani» e che «chi entrerà illegalmente nel Paese affronterà questo sistema duro e punitivo, mentre i rifugiati reinsediati da schemi ufficiali riceveranno un’accoglienza più confortevole».

La Ministra, tuttavia, non ha tenuto in considerazione che solo una piccola parte della popolazione mondiale di rifugiati viene reinsediata tramite schemi ufficiali, mentre la maggioranza di queste persone è lasciata senza altra scelta che tentare viaggi pericolosi.

Il disegno di legge nel suo insieme prevede: il carcere a vita per chi è condannato per “traffico di esseri umani”; il rafforzamento delle guardie di frontiera dandogli la possibilità di bloccare i migranti in mare e forzarne direttamente i respingimenti; forzare il rimpatrio per chi arriva dopo essere passato da un paese sicuro e, in caso di non rimpatrio, sarà previsto uno status di protezione umanitaria inferiore; infine, l’utilizzo di “metodi scientifici” per accertare l’età dei migranti.

Tale riforma permetterà, inoltre, di deportare i rifugiati al di fuori del Paese mentre le loro domande d’asilo vengono valutate – elemento ancora da definire visto che per attuarlo bisognerà stipulare accordi con paesi terzi – creando in questo modo centri di detenzione offshore – come quelli libici – dove queste persone rischiano ulteriori violazioni dei loro diritti.

Secondo le norme, se introdotte – la legge impiegherà mesi per entrare in vigore e potrebbe anche essere bloccata –, i migranti che chiederanno asilo e le cui domande saranno ritenute inammissibili, dovranno attendere sei mesi prima che la loro domanda sia esaminata. Nello stesso tempo, il Governo cercherà di rimandarli in Paesi terzi sicuri intasando ulteriormente il sistema d’asilo britannico.

A oggi, infatti, più di 66 mila persone sono in attesa di una prima decisione sulla loro richiesta – un aumento di quasi dieci volte secondo il Refugee Council – e soprattutto quasi 15 mila persone rischiano di essere sistemate in centri di accoglienza esteri in attesa di una decisione.

A questo proposito Londra ha cercato di coinvolgere la Francia: martedì 20 luglio il Regno Unito ha raggiunto un accordo con lo Stato francese che prevede il pagamento di 54 milioni di sterline, in cambio di aiuto per reprimere i migranti che tenteranno di attraversare la Manica in nave.

I legislatori hanno tuttavia fatto notare alla Ministra Patel che già l’anno scorso Gran Bretagna e Francia avevano concordato dei finanziamenti per aumentare le pattuglie sulla Manica, ma che non è servito a molto visto il crescente numero di arrivi via mare. Nonostante il disegno di legge sia passato, Michelle Pace – professoressa di studi globali alla Roskilde University in Danimarca – ha dichiarato al New York Times che «da una posizione puramente legale, non c’è modo che questi piani possano essere effettivamente implementati» poiché infrangerebbero la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 di cui il Regno Unito è uno dei firmatari.

Questa legge sembra emergere come l’ultimo punto delle recenti guerre culturali che stanno nascendo in Gran Bretagna, alimentate soprattutto dal governo conservatore di Boris Johnson. Nei primi mesi del 2021 gli arrivi nel Paese attraverso la Manica hanno intensificato la retorica che equipara migrazione e criminalità – la stessa ministra Patel aggiorna attraverso i suoi canali social i cittadini ogni cento stranieri deportati indicandoli come “stupratori, assassini, rapitori e pedofili”.

I critici del governo, come risposta, hanno affermato che tale pratica è stata adottata per aumentare le divisioni culturali e che si tradurranno in voti della classe operaria che negli ultimi anni si è spostata verso idee più conservatrici e in alcuni casi verso idee di estrema destra. Michelle Pace ha dichiarato che «questo è, in effetti, un espediente politico, per dire al pubblico in generale “Stiamo facendo qualcosa al riguardo”». La questione migratoria è stata, infatti, centrale nella decisione di lasciare l’Unione europea. La retorica dello “straniero che ruba il lavoro” ha fatto breccia nella classe operaia inglese – come in molti altri Paesi europei – quando in realtà la questione è molto più complicata sotto questo punto di vista – leggasi sfruttamento dei migranti poiché poco tutelati dalle leggi.

In un comunicato ufficiale, il Refugee Council ha spiegato che le misure faranno sì che «più di 9.000 persone che sarebbero accettate come rifugiati secondo le norme attuali - coloro che sono stati confermati “fuggiti da guerre o persecuzioni” a seguito di rigorosi controlli ufficiali – non sarebbero più messi in sicurezza nel Regno Unito a causa del loro metodo di arrivo». Lo stesso amministratore delegato del Refugee Council, Enver Solomon, ha affermato che il governo «ha deciso non solo di espellere persone che cercano sicurezza ma anche di trattarli come criminali» sottolineando che il piano non arresterà gli arrivi e che «mettere in prigione le persone che sono venute qui a causa delle cose terribili che sono accadute loro nella loro vita è davvero draconiano e punitivo» e «tutto ciò che farà è riempire le nostre carceri senza risolvere i problemi».

Secondo esperti di migrazioni, l’aumento degli arrivi dalla Manica – 5 mila solo nei primi mesi del 2021 secondo le stime della BBC – è un semplice cambiamento delle rotte migratorie e non un aumento degli afflussi. Se storicamente, infatti, i migranti e richiedenti asilo arrivavano nascosti in camion o traghetti – prevalentemente dal nord della Francia – con l’aumento dei pattugliamenti dei camion merci e l’interruzione di altre forme di viaggio a seguito della pandemia da COVID-19, i migranti hanno cambiato le loro rotte.

Molto dure anche le critiche dal punto di vista politico: Nick Thomas-Symonds, portavoce Labour agli Interni, in una dichiarazione pubblica al Parlamento ha affermato che «le nuove misure non aiuteranno le vittime dei trafficanti, violeranno il diritto internazionale e non serviranno a far fronte al crescente numero di persone che rischiano la vita per attraversare la Manica».

Secondo Bridget Chapman – portavoce del Kent Refugee Action Network – «non possiamo esternalizzare questo ai paesi più poveri, è un’abdicazione di responsabilità, non sono numeri ingestibili» sottolineando come tutto questo non affronterà adeguatamente nessuno dei problemi esistenti ma servirà solo ad aumentare i voti del Partito Conservatore e far emergere la Ministra Patel.

Andy Hewett, capo dell’advocacy per il Refugee Council, ha rimarcato che «la mia organizzazione e altri sostenitori dei rifugiati vorrebbe vedere uno spostamento verso la creazione di percorsi sicuri e legali per i richiedenti asilo per ottenere visti umanitari» al posto di una legge che «porterà allo scompiglio un sistema già inefficiente e inefficace con ritardi ancora peggiori e spese di gran lunga maggiori». La decisione della Danimarca prima e del Regno Unito ora sull’esternalizzazione del trattamento dei migranti è un cambiamento problematico della politica che sta prendendo forma in Europa, tutto per placare quella fetta di popolazione anti-migratoria che sta emergendo sempre di più oltre che un modo per arginare i partiti di estrema destra che si stanno rafforzando negli ultimi anni.

La via intrapresa dall’Australia, presa come esempio da Regno Unito e Danimarca, non è quella giusta: i centri di detenzione nati al di fuori del Paese sono stati più volte condannati dopo varie segnalazioni delle condizioni di vita disumane dei rifugiati, degli alti tassi di suicidi e di alcune violazioni della Convenzione sui rifugiati del 1951. Proprio come sottolineato dalla Pace riguardo alla Nationality and Boarders Bill.

Stiamo vivendo in un momento storico in cui lo sfollamento delle persone e l’esternalizzazione della gestione migratoria sta diventando una delle caratteristiche principali del pianeta. Il privilegio dei paesi ricchi, come il Regno Unito, dà loro la possibilità di scegliere se aiutare le persone o barricarsi all’interno dei propri confini. La stessa Unione Europea ha scelto di bloccare migliaia di persone in Libia – dove sopravvivono in condizioni disumane, subiscono torture o abusi – o nei campi profughi della Grecia.

Certo, se da un punto di vista politico molto realista l’UE ha dovuto affrontato una vera emergenza nel 2015 – cosa che non giustifica queste politiche disumane e a riguardo l’ONU ha affermato e confermato che l’Unione europea è in parte responsabile delle morti nel Mediterraneo – il Regno Unito non ha nemmeno questa “scusa” poiché le domande d’asilo nel Paese sono sempre state basse. Il disegno di legge non farà altro che aumentare il numero di persone bloccate nel limbo del sistema di asilo britannico che ha già un arretrato di oltre 100mila casi di asilo.

Il Regno Unito e molti, troppi, Paesi europei stanno perseguendo la via sbagliata schiacciati da un’opinione pubblica sempre più spaventata e più spostata verso idee xenofobe. Spaventati dai partiti di destra e ancora più terrorizzati dalla perdita del sostegno popolare, stanno cercando di applicare leggi che accontentino un po’ tutti, giocando tuttavia con le vite dei migranti.

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