Torna alla prima pagina
Interviste

Fra corruzione e sanzioni, la Siria verso il collasso economico

Nonostante gli importanti successi militari la situazione nei territori del regime siriano è disperata

Fabrizio Chevron
Esteri · 16 febbraio 2021 · 5 min di lettura

Quando la Russia è intervenuta nel conflitto siriano, al fianco di al-Assad, l’esercito del regime si era ormai ritirato da circa l’83% del paese; oggi invece i soldati lealisti sono tornati a controllare circa il 60% della Siria.

Nonostante gli importanti successi militari la situazione nei territori del regime siriano è però disperata, e molti paradossalmente rimpiangono gli anni apice della guerra giudicati economicamente più sicuri.

Nel corso del 2020 la moneta siriana è completamente collassata e da qualche settimana il cambio è fissato a circa 3000 sterline siriane per un dollaro, mentre nel 2019 erano 700-750 per uno. A marzo del 2011, agli albori del conflitto, un dollaro lo si poteva ottenere con solo una cinquantina di sterline.

Il deprezzamento della moneta siriana ha portato gli stipendi pubblici a essere privi di valore. Un impiegato nella pubblica amministrazione del regime infatti oggi guadagna in media solo una ventina di dollari al mese, i quali sono sufficienti a mantenere una famiglia solo per poche settimane.

La tremenda crisi monetaria ha ovviamente avuto un impatto negativo su diversi settori, fra cui quello alimentare. Milioni di siriani spendono ogni giorno intere ore in coda presso forni pubblici o privati, nella speranza di riuscire ad acquistare del poco pane con cui nutrire le proprie famiglie.

Il fabbisogno lealista di grano non è però interamente coperto dalla produzione interna, la quale è perlopiù nelle mani di fazioni opposte al regime siriano, è per questo Damasco si deve rivolgere all’estero per poter soddisfare a pieno la domanda interna.

Ma il crollo della moneta e l’aumento del prezzo del grano sul mercato mondiale hanno impedito ad Assad di concludere con successo i necessari contratti d’acquisto. La Russia, alleata del regime e prima esportatrice di frumento al mondo, non è finora intervenuta per porre fine alla crisi alimentare.

Fortemente correlate fra di loro sono inoltre le continue irreperibilità nella Siria lealista di carburanti ed elettricità. Il regime dal punto di vista energetico dipende pesantemente dal contrabbando e dal sostegno del suo primo e principale alleato regionale, l’Iran. Questo poiché Damasco è dal 2011 isolata internazionalmente, e non è in grado di soddisfare il proprio fabbisogno interno autonomamente.

È da Teheran che giungono quindi le uniche petroliere che ancora approdano alla raffineria di Baniyas, lungo la costa siriana. Un importante aiuto giunge inoltre di contrabbando dal nord-est della Siria, dove le Forze Democratiche Siriane hanno il controllo di gran parte delle poche e malmesse installazioni petrolifere del paese.

Ma questi due canali di approvvigionamento non sono sufficienti e la popolazione siriana si ritrova nuovamente spesso in coda per diverse ore, in attesa di poter ricevere la propria quota statale di benzina, diesel e gas. La mancanza di carburanti inoltre complica fortemente la produzione di elettricità, e le città lealiste rimangono frequentemente al buio. Diverse famiglie siriane si sono addirittura ridotte a vendere i propri inutilizzabili elettrodomestici, reinvestendo quanto guadagnato in cibo.

Ma cosa vi è dietro una crisi così profonda, in un momento in cui ci si aspetterebbe un regime vittorioso e in piena ripresa economica? Secondo il regime siriano la colpa è quasi esclusivamente dell’Occidente, nello specifico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Sarebbero infatti le sanzioni internazionali imposte alla Siria, che hanno escluso Damasco dai principali circuiti finanziari e commerciali mondiali, ad aver portato il paese al collasso economico.

Il circuito sanzionatorio imposto alla Siria ha preso di mira le principali istituzioni, pubbliche o private, considerate strumentali al dominio di Bashar al-Assad. Inoltre decine di singoli individui, colpevoli di crimini di guerra o di sostenere finanziariamente Damasco, sono stati a loro volta posti sotto sanzioni.

Formalmente settori chiave come quello medico e alimentare possono invece ancora intrattenere relazioni commerciali con l’estero in quanto vitali per la popolazione locale; nella realtà dei fatti però l’ampiezza del sistema sanzionatorio e i suoi effetti collaterali spingono le aziende interessate a evitare comunque di entrare in affari con il governo siriano.

Damasco non ha sicuramente torto nel definire pesanti le sanzioni imposte al paese, ed è chiaro che esse colpiscano anche la popolazione civile, complicando l’approvvigionamento di risorse vitali alla Siria. Il reale impatto delle sanzioni è però difficile da stimare a causa della quasi totale mancanza di dati aggiornati e affidabili sul paese, in merito alla produzione interna di beni e al commercio, spesso illegale, dentro e attraverso i confini.

Parlando specificamente del collasso della valuta siriana un ruolo importante lo ha avuto il Libano, il quale si trova al centro di una crisi finanziaria dall’estate del 2019. Beirut era infatti la principale fonte di moneta straniera per la Siria, ed una piazza vitale per gli imprenditori siriani impegnati in affari in violazione delle sanzioni europee e americane.

Le banche libanesi, a seguito della crisi di liquidità, hanno quindi imposto stringenti termini per il ritiro dei depositi dal paese. Secondo il presidente siriano Bashar al-Assad la Siria ha così perso fra i 20 e i 42 miliardi di dollari, una cifra che l’autocrate stesso ha definito “terrificante”.

A peggiorare ulteriormente la situazione economica è stato inoltre il Covid-19, che ha gravemente colpito l’intera Siria, e specialmente le aree sotto il dominio di al-Assad. Nonostante i rassicuranti e fuorvianti dati rilasciati dal ministero della salute del regime, migliaia di siriani hanno infatti perso la vita nel corso dell’ultimo anno a causa della pandemia.

Nella primavera del 2020 le autorità damascene hanno quindi imposto un coprifuoco nazionale, accompagnato da lockdown locali e altre misure preventive, nella speranza di contenere l’epidemia di coronavirus che stava dilagando a Damasco e nelle principali città lealiste. Queste politiche restrittive sono state però rapidamente rimosse dopo poche settimane, a causa del loro impatto sull’economia del paese. Secondo la Facoltà di Economia all’Università di Damasco infatti, ogni giorno di lockdown è costato al regime circa $200 milioni.

Una quarta ragione alle spalle di questa crisi, probabilmente la più rilevante, è infine il ruolo del regime stesso. La priorità di Damasco in questi mesi di grave crisi è rimasta esclusivamente la guerra. Assad e i suoi luogotenenti, nonostante le terribile condizioni in cui versa la popolazione siriana, hanno continuato a dirottare le poche risorse del paese verso la macchina bellica. Il paese contrae continuamente debito per acquistare mezzi militari, armi e munizionamento dalla Russia, e l’esercito ha inoltre la priorità in merito ai rifornimenti di carburante.

Il maggiore spreco di risorse in Siria è però imputabile alla endemica corruzione che caratterizza il regime stesso. I burocrati ministeriali adibiti alla distribuzione di beni e servizi sono soliti dirottarli al mercato nero, in modo da ottenerne un personale beneficio a scapito della popolazione. Altri, con la complicità dell’esercito, contrabbandano il cibo prodotto nel paese all’estero, in Giordania e Iraq; la diretta conseguenza è un aumento dei prezzi in Siria.

Militari, intelligence e semplici forze di polizia estorcono poi quotidianamente tangenti a coloro che desiderano muoversi dentro o fuori i diversi governatorati del paese, o all’interno delle grandi città stesse. Le poche ONG che operano nelle aree lealiste sono infine costrette a coordinarsi con enti pubblici legati al regime, ad esempio “Syria Trust” della first lady Asma al-Assad, i quali impongono di dare massima priorità alle regioni più fedeli al regime, quelle alauite della costa.

È chiaro quanto sia quindi fuorviante indicare Stati Uniti e Unione Europea come i soli responsabili del disastro economico in corso in Siria. Le sanzioni hanno sicuramente un impatto negativo sul paese, ma secondario in quanto le principali criticità sono imputabili ad una dittatura il cui unico scopo è la preservazione del proprio potere, accompagnato da un completo rifiuto al compromesso con il mondo esterno e con l’opposizione interna ad essa.

Il continuo aggravamento della crisi economica siriana non deve però far pensare a un regime in bilico e prossimo al collasso; al contrario la famiglia al-Assad e i suoi principali fiancheggiatori hanno reso la propria autorità “a prova di golpe”, come l’ultimo decennio ha ampiamente dimostrato.

Le forze di sicurezza leali al regime hanno il più completo controllo della popolazione siriana, e il minimo dissenso è punito con la reclusione o peggio. L’alleanza con la Russia e l’Iran inoltre garantisce a Damasco un solido sostegno militare da contrapporre a qualsiasi formazione ostile, nonché diplomatico sulla piazza internazionale. La Siria negli anni a venire rischia quindi di consolidarsi come un paese profondamente dilaniato dal conflitto civile, povero ed escluso dalla comunità internazionale, in balia del proprio regime e ostaggio di pochi alleati esteri.

Unisciti alla nostra newsletter

Ricevi in anteprima aggiornamenti ed analisi esclusive dallo staff di PoliticaLab.

Altri articoli che potrebbero interessarti:

La questione di genere e le prime mosse del Governo Draghi

In questa prima settimana di lavoro sono diversi gli impegni: il più importante è quello della fiducia davanti al Parlamento, ma ci sono critiche da allontanare con i sottosegretariati.

Politica Interna
15 febbraio 2021 · 2 min di lettura

Draghi traccia le linee di un programma ambizioso: riuscirà a tirare l'Italia fuori dalla crisi?

Il programma di Draghi: economia, scuola, lavoro, europeismo e riforme.

Politica Interna
15 febbraio 2021 · 2 min di lettura
PoliticaLab utilizza cookies 🍪. Per saperne di più, consulta la  Privacy Policy.
© 2021 PoliticaLab. Chi Siamo. Privacy Policy. Contatti: email ti.balacitilop@ofni, telefono 3438969570.
Collegamento a $https://instagram.com/politicalab_itCollegamento a $https://twitter.com/PoliticaLab_itCollegamento a $https://www.linkedin.com/company/politicalab/