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Interviste

Gli ostacoli fra Biden e un nuovo accordo sul nucleare iraniano

L’Iran negli ultimi due anni è tornato ad accumulare ed arricchire uranio, superando di dodici volte il quantitativo permesso da quanto accordato nel 2015. Come si comporterà l’amministrazione Biden?

Fabrizio Chevron
Esteri · 15 dicembre 2020 · 8 min di lettura

L’otto maggio del 2018 il presidente Trump ha annunciato il ritiro del proprio paese dall’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), realizzando una delle sue principali promesse elettorali. Il leader statunitense ha inoltre reimposto pesanti sanzioni all’Iran, provocando una grave crisi con gli alleati europei a loro volta firmatari del patto, ovvero Francia, Germania, Regno Unito e Unione Europea, assieme a Russia e Cina. L’accordo mirava a mettere un freno allo sviluppo nucleare iraniano, ponendo forti limitazioni all’arricchimento e stoccaggio di uranio, oltre che all’utilizzo di centrifughe avanzate. Inoltre, l’Iran ha accettato di riconvertire alcune strutture nucleari militari in civili, garantendo il completo e totale accesso al paese all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, adibita a controllare il rispetto dell’intesa da parte delle autorità iraniane. In cambio Teheran ha ottenuto, almeno fino all’8 maggio 2018, la rimozione delle sanzioni internazionali imposte al paese da decenni; ma il ritorno del regime sanzionatorio statunitense, rafforzato dalle “sanzioni secondarie”, ha nuovamente escluso il paese dall’economia mondiale. I paesi europei, contrari a una completa rottura dell’accordo, hanno continuato a lavorare per impedire il completo collasso dell’intesa. L’Iran negli ultimi due anni ha però risposto agli americani tornando ad accumulare ed arricchire il proprio uranio, superando di dodici volte il quantitativo permesso da quanto accordato nel 2015.

incontro negoziatori JCPOA 2015

A seguito della vittoria di Joe Biden analisti ed esperti hanno cominciato a domandarsi se l’ex vice di Barack Obama proverà a riportare gli Stati Uniti a far parte del JCPOA. Partiamo dalla posizione ufficiale di Biden in merito alla questione. Il Presidente-eletto, in un articolo pubblicato per la CNN, ha definito l’operato di Trump sull’Iran un “pericoloso fallimento”, sottolineando come Teheran sia sempre più vicina a possedere un ordigno atomico mentre gli USA si sarebbero isolati dai loro stessi alleati europei. Biden ha successivamente articolato quella che sarà la sua linea d’azione una volta insediatosi alla Casa Bianca. La nuova amministrazione americana offrirà alla controparte iraniana un “credibile ritorno alla diplomazia” e sarà disponibile a rientrare nel JCPOA, con la precondizione che l’Iran a sua volta torni a rispettare ogni sua disposizione. Inoltre, Biden ha affermato di essere pronto a collaborare con gli altri firmatari, europei e non, per rafforzare ed estendere il campo d’azione del trattato. Infine, il futuro presidente ha chiarito che continuerà a utilizzare le sanzioni in risposta alle continue violazioni dei diritti umani commesse dalla leadership iraniana, per contrastare il programma missilistico del paese e le sue attività militari nel resto della regione.

La leadership iraniana dal canto suo sembra volersi trincerare dietro dichiarazioni attendiste o critiche degli Stati Uniti, come quella del portavoce del ministero degli esteri Saeed Khatibzadeh: “L’accordo sul nucleare fa parte del passato e non può essere riaperto e ridiscusso da nessuno […] l’America ha violato la risoluzione 2231, si è ritirata dal patto, è responsabile delle perdite subite dall’Iran e deve assumersi le proprie responsabilità in merito alle violazioni del diritto internazionale e al suo comportamento nei confronti dell’Iran”. Il ministro degli esteri Javad Zarif ha inoltre indicato una precondizione iraniana per un ritorno al JCPOA originale, ovvero il rispetto da parte degli Stati Uniti della Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza ONU. Il testo sanciva la completa rimozione delle sanzioni internazionali imposte a Teheran. Conversando con Paolo Magri, vice-presidente di ISPI, il Ministro Zarif ha in aggiunta chiarito che l’Iran “non negozierà un accordo che ha già negoziato”, riferendosi alla possibilità che Teheran riformasse la sua politica estera e missilistica. Il Presidente Rouhani rivolgendosi a settembre all’Assemblea Generale ONU aveva definito il JCPOA “uno dei più grandi risultati” nella storia della diplomazia, criticando infine la strumentalizzazione del suo paese nel dibattito elettorale americano: “Non siamo merce di scambio nelle elezioni americane e nella loro politica interna […] Qualsiasi amministrazione statunitense dopo le prossime elezioni non avrà alcuna scelta se non arrendersi alla resilienza della nazione iraniana”. L’Ayatollah Khamenei nel maggio del 2019 aveva addirittura preso le distanza dal patto, criticando il Presidente Rouhani e il Ministro Zarif alla guida delle negoziazioni: “[…] Il modo in cui il JCPOA è stato gestito, non ho creduto realmente nell’accordo e l’ho fatto presente al Presidente e al Ministro degli Esteri, li ho avvertiti più volte”. Inoltre, in merito al programma missilistico l’Ayatollah ha escluso la sua negoziabilità, sostenendone l’importanza come strumento di deterrenza verso gli Stati Uniti e le altre potenze ostili.

Lo Shahab-3, un missile balistico a medio raggio di fabbricazione iraniana.

Un’altra questione chiave è come l’amministrazione Biden si comporterà in merito all’influenza politica e militare esercitata dall’Iran oltre i propri confini; una delle principali critiche mosse dal gabinetto Trump al JCPOA è stata infatti che esso non abbia posto un limite alla politica estera iraniana. Nel 2015 l’operato dei pasdaran iraniani era già oggetto di forti critiche occidentali, e ad oggi la situazione è definita ancora più critica, con l’Iran più profondamente coinvolto nella regione rispetto a 5 anni fa. Israele e altri stati mediorientali spingono quindi perché gli Stati Uniti adottino una politica marcatamente anti-Iraniana. Nella primavera del 2015 lo Yemen è precipitato in una guerra civile fra governativi e ribelli Houthi, la quale si è evoluta in un conflitto internazionale fra l’Arabia Saudita, al fianco dei lealisti, e l’Iran, a sostegno dei rivoltosi. Le Guardie della Rivoluzione Islamica, sanzionate come movimento terroristico dagli Stati Uniti, sono state inoltre fondamentali nel sostenere il regime di Bashar al-Assad in Siria, in guerra contro molteplici gruppi armati ribelli e organizzazioni jihadiste. Più datato ma sempre rilevante è il sostegno dell’Iran ad Hezbollah in Libano, un partito-milizia dominante sulla scena politica ed ostile ad Israele, o a Gaza, dove Teheran rifornisce militarmente e finanziariamente le milizie islamiste e jihadiste locali. I pasdaran sono inoltre presenti in Iraq, dove fiancheggiano dozzine di milizie armate contrarie alla presenza statunitense nel paese; questi gruppi armati hanno recentemente represso nel sangue diversi moti popolari anti-governativi e critici delle ingerenze iraniane in terra irachena. Particolarmente influenti nella formulazione della politica estera dell’Iran sono i cosiddetti “hardliners”, i quali osteggiano l’idea di una ritirata del paese entro i propri confini. Questa fazione politica, sempre più favorita dall’Ayatollah Khamenei, raggruppa il clero più conservatore e l’ala militarista del paese, nello specifico le guardie della rivoluzione islamica.

Un miliziano di Hezbollah in Siria, foto di C_Military1.

E proprio i cambiamenti in corso all’interno della politica iraniana avranno un ruolo rilevante nei rapporti fra l’Iran e la futura amministrazione Biden. Hassan Rouhani, promotore del JCPOA, si sta avviando alla conclusione del suo secondo ed ultimo mandato e gli iraniani saranno chiamati alle urne per sostituirlo a giugno del 2021. Analisti ed esperti sottolineano come i riformisti si trovino svantaggiati nella corsa alla prossima presidenza, mentre l’ala conservatrice più ostile all’Occidente e al JCPOA sia invece la favorita. Sina Azodi, membro dell’Atlantic Council, ha evidenziato come i conservatori abbiano già preso il controllo del parlamento a febbraio, ottenendo 221 seggi sui 290 disponibili; Mohammad Bagher Qalibaf, ex-comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica, è stato eletto Presidente del parlamento. In vista delle elezioni presidenziali i conservatori sembrano aver già scelto il cavallo su cui puntare, ovvero Hossein Dehghan, uno dei principali consiglieri dell’Ayatollah Khamenei, ex-ministro della difesa ed ex-ufficiale della marina dei pasdaran. Raz Zimmt, ancora per l’Atlantic Council, ha osservato come la fazione riformista non abbia invece ancora deciso il proprio candidato ma sia al contrario divisa sulla strategia da adottare, ovvero se candidare un indipendente, un “pragmatico” sulla scia di Rouhani, un conservatore moderato o addirittura se boicottare le elezioni.

Non è quindi da escludere che l’amministrazione Biden si trovi presto costretta ad interloquire con una controparte iraniana controllata dalla fazione politica più anti-Occidentale. In merito acquisisce particolare importanza l’operazione militare statunitense che il 3 gennaio 2020 ha portato alla morte del generale delle Forze Quds iraniane Qasem Soleimani, uno dei più famosi leader dei pasdaran e paladino degli “hardliner”. L’assassinio ha portato milioni di iraniani a protestare per le strade del paese, e l’intera classe politica si è unita nel condannare l’evento promettendo vendetta. Nonostante l’Iran abbia risposto agli US con un attacco missilistico alle loro basi in Iraq l’8 gennaio successivo, le frange iraniane più conservatrici sostengono che il bombardamento non sia stato abbastanza e che l’Iran debba ancora realmente vendicarsi.

Infine, l’eventuale strada verso un JCPOA 2.0 è ostacolata dai diversi attori regionali mediorientali che si sono sempre opposti ad una intesa sul nucleare iraniano. La ricercatrice Annalisa Perteghella ha evidenziato per ISPI come Israele e Arabia Saudita abbiamo sostenuto fortemente le politiche di “massima pressione” di Donald Trump nei confronti dell’Iran, e verosimilmente gli stessi paesi ora faranno pressione sulla futura amministrazione Biden perché gli Stati Uniti non tornino a negoziare con Teheran. Proprio Israele è stato accusato dall’Iran di essere responsabile dell’omicidio di Mohsen Fakhrizadeh, definito il “padre del nucleare iraniano”, ucciso fuori Teheran il 27 novembre. Tel Aviv potrebbe aver agito per detronizzare un uomo di vitale importanza all’interno del programma nucleare iraniano, o più probabilmente per rendere più difficoltoso un ritorno alla diplomazia fra l’Iran e l’Occidente. Hossein Dehghan ha immediatamente condannato l’evento su Twitter, affermando che l’Iran avrebbe colpito come un “fulmine” gli assassini del “martire” Fakhrizadeh, riservandosi però il diritto di scegliere dove e quando. Dello stesso parere il Presidente Rouhani, che ha aggiunto come Israele miri a provocare una rappresaglia iraniana. Una prima risposta all’assassinio di Fakhrizadeh è però giunta dal parlamento iraniano, il quale ha approvato una legge che ordina all’agenzia atomica nazionale di portare l’arricchimento dell’uranio al 20%, ponendo così l’Iran a circa sei mesi dall’ottenere il materiale utile alla fabbricazione di un ordigno nucleare. Il provvedimento inoltre sancisce il divieto di ingresso nel paese agli ispettori IAEA a partire da febbraio, se non verranno rimosse le sanzioni statunitensi al settore petrolifero e bancario iraniano. La legge è però al momento al centro di un braccio di ferro con la presidenza Rouhani, ostile alla sua implementazione. Un altro fattore da tenere in considerazione, ha indicato la dottoressa Perteghella, è quello del ruolo del Congresso americano; per avviare una nuova politica nei confronti dell’Iran Biden avrà bisogno del consenso delle camere, le quali sicuramente saranno oggetto di offensiva da parte delle varie lobbies anti-Iran, quest’ultime spesso legate finanziariamente ai paesi mediorientali ostili a Teheran.

La strada che porta a una nuova intesa fra gli Stati Uniti di Biden e l’Iran è irta di ostacoli, ma non per questo è da escludere che il futuro inquilino della Casa Bianca parta sconfitto in partenza. Fra Washington e Teheran regna però una profonda diffidenza, acuita dall’operato di Donald Trump e del suo gabinetto. Entrambi i paesi sono inoltre fortemente divisi al loro interno riguardo il giudizio espresso nei confronti del JCPOA e di un suo eventuale successore. Negli Stati Uniti il Presidente Biden dovrà affrontare una importante resistenza da parte del partito repubblicano, fortemente ostile a qualsiasi approccio diplomatico con l’Iran. A Teheran la situazione è forse persino più complicata; la separazione fra riformisti/pragmatici e conservatori in merito al JCPOA, oltre i toni propagandistici, è meno netta e uno scontro interno fra le fazioni politiche per la guida di un eventuale team di negoziatori è dietro l’angolo. Hamidreza Taraghi, un conservatore iraniano, ha indicato gli “hardliners” come gli unici in grado di potersi sedere a un tavolo con gli Stati Uniti: “Se sarà necessario prendere parte a dei negoziati, essi dovranno essere guidati da un team inviolabile che garantisca gli interessi della nazione […] i nostri negoziatori non dovranno essere come quelli del precedente accordo”. È necessario perché gli iraniani decidano di intraprendere nuovamente la strada del negoziato con gli USA che quest’ultimi facciano delle iniziali concessioni, quali ad esempio il completo o parziale rispetto della risoluzione 2231 attraverso la rimozione di alcune sanzioni. A Teheran invece la fazione politica che prenderà il potere l’anno prossimo dovrà accettare che un JCPOA simile a quello del 2015 per gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali, ma anche europei, sembra essere totalmente fuori discussione. È però improbabile che l’ala conservatrice e militarista iraniana, potenzialmente alla guida del paese dalla prossima estate, decida di negoziare con l’Occidente il ruolo dei Pasdaran all’estero.

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