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Interviste

Non c'è ancora giustizia per Patrick Zaki

Patrick Zaki rimane in carcere altri 45 giorni, in uno Stato che non vuole tutelare i diritti umani, in cui il potere viene sempre più centralizzato e l’opposizione repressa duramente.

Luigi Montana
Attualità · 3 febbraio 2021 · 2 min di lettura

Ormai è ufficiale l’esito che ci si aspettava, Patrick Zaki resta detenuto per altri 45 giorni in Egitto. Non sembra esserci ancora giustizia per lo studente incarcerato quasi un anno fa, accusato dal governo egiziano di propaganda sovversiva e terrorismo. Viene arrestato per il suo attivismo a favore dei diritti umani, ancora in attesa di processo, è tenuto in carcere con l’ennesimo rinnovo di custodia cautelare di 45 giorni. Nonostante sia seguito dalla Farnesina e dal diplomatico americano e della Danimarca, il governo egiziano non sembra voler cedere alla sua scarcerazione.

Ma perché tanta agonia per un giovane studente? il governo egiziano guidato da Abdel Fattah al-Sisi sta cercando di centralizzare il potere attraverso referendum costituzionali che gli hanno fin’ora garantito di rimanere in carica fino al 2030 e ha ratificato formalmente il controllo dell’esecutivo sugli organi giudiziari, storicamente in opposizione nei suoi confronti e sostenitori di Mubarak, che gli permettono quindi di eliminare qualsiasi forma di opposizione e dissidenza nei suoi confronti.

Con questi strumenti infatti si è sempre accanito contro le ONG che si occupa di diritti umani come l’Epir, arrestandone i dirigenti poi scarcerati a seguito delle mobilitazioni internazionali, ma queste evidentemente sono state finora insufficienti per il rilascio di Patrick Zaki, costretto a rimanere ancora detenuto senza nessuna garanzia né tantomeno un processo, confermando un modus operandi egiziano nell’eliminare i dissidenti che viola ogni diritto umano. Persino l’avvocato del ragazzo non viene coinvolto nell’affare giudiziario, non era nemmeno stata avvertita della proroga di detenzione; del resto come si possono difendere i diritti umani in uno stato che non ha nessuna voglia di rispettarli e tutelarli e in cui non c’è nessun tipo di separazione dei poteri e tutto ciò viene legittimato da referendum popolari di dubbia regolarità?

Ma Patrick è solo uno dei 60.000 oppositori politici, attivisti, o Fratelli musulmani, arrestati in attesa di giudizio. Più di 2.440 persone sono state condannate a morte negli ultimi anni, le opposizioni messe a tacere con dure repressioni e i social e internet tenuti sotto controllo.

Intanto continuano le mobilitazioni per la sua scarcerazione anche in tempo di Covid. L’ultima organizzata è una maratona musicale online di dodici ore che prevede 140 artisti tra cui Roy Paci e Marina Rei, trasmessa sui social su vari canali di diversi partner tra cui l’Università di Bologna, di cui Patrick era studente, il Comune di Bologna, Amnesty International e tante altre associazioni ed enti che da tempo si battono per lui. Continua quindi la mobilitazione civile, ma questo non basta, serve uno Stato forte e capace di affrontare una situazione simile, in grado di chiamare al suo fianco in questa lotta altri Stati e di affermarsi in modo credibile nel panorama internazionale e in questo la nostra instabilità politica non gioca certo a favore, tuttalpiù porta ritardi e mancanza di credibilità anche per queste battaglie.

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